La grande valorizzazione dello sport da parte di Castro. Che cosa ha lasciato a Cuba dal punto di vista agonistico?

Pubblicato il autore: marco.stiletti
castro 2Come sarà lo sport cubano senza Fidel Castro? Da tempo ormai il fratello Raul cercava di gestire la transazione governativa dal Novecento al Duemila, senza rinnegare troppo il passato. Momento delicato, che l’avvento di Trump potrebbe rendere ancora più complesso. Ma questi sono discorsi politici, invece per quanto riguarda quelli sportivi, il Comandante ha fatto molto per la sua Cuba.
Basti pensare che dopo aver rovesciato Batista, Fidel impiegò appena 23 giorni a radunare, nel pieno della ridefinizione dello Stato, il comitato olimpico per tracciare le nuove linee guida e abolendo il professionismo perchè diceva “lo sport è di tutti”. Abolì il professionismo perché per lui gli atleti non dovevano avere difficoltà economiche. Nessuno doveva cadere in miseria. Bisognava assicurare a loro un premio per quando si ritireranno.
Questo e tant’altro lo portò a termine. Nell’isola pre-1959 c’erano appena 259 impianti e dopo la rivoluzione superarono i 21.500, messi a disposizione di tutti. L’ultimo longevo statista, creò un sistema piramidale dell’attività sportiva del primo Paese latino per numero di medaglie (il massimo fu 31 ai Giochi di Barcellona ’92, col quinto posto) ma anche per l’organizzazione, capace di esportare 8 mila tecnici in 50 Paesi durante il periodo especial, quello della devastante crisi post-sovietica. Combatteva come su un ring: non a caso la boxe vanta il bacino più ricco. La venerazione dei suoi atleti, molti dei quali entravano nell’Assemblea o nel partito, era nelle parole della judoka Anays Hernandez a Pechino 2008: “La prima persona a cui ho pensato dopo l’argento è stato Castro, lui è la speranza degli atleti”. Per anni andava ad accompagnarli all’aeroporto ed a ricerli dopo ogni Olimpiade: poi il mondo lo imitò. Per la nazionale di baseball rimasta imbattuta 152 partite aveva un debole, tanto da inserire il figlio prediletto Tony, come medico. Omar Linares, 20 anni fa, lo rese fiero rinunciando ai NY Yankees: “Preferisco giocare per 10 milioni di cubani che per 10 milioni di dollari”. La sua campionessa preferita era Ana Fidelia Quirot, ma Fidel non faceva mai mancare nulla ai suoi campioni: auto, casa, salario, vacanze con famiglia, benefit.
Negli ultimi anni non sono bastati più: la nazionale-modello s’è dissolta per la diaspora in Major League, per non dire dei pallavolisti, molti dei quali approdati in Italia, dagli Hernandez a Gato, da Juantanorena a Simon, attirati da libertà, benessere e guadagni. Fidel esclamava su questo punto: “Li abbiamo creati noi. Lo sport è un diritto del popolo, un mezzoc per migliorare le condizioni fisiche e abituarsi allo spirito di sacrificio”. Ma anche uno strumento di propaganda per nascondere problemi, povertà e violazioni in patria. Strinse la mano freddo a Jimmy Carter ed ai giornalisti americani durante la partita della riconciliazione a L’Avana contro i Baltimore Orioles, ripeteva quanto fosse cruciale lo sport con i suoi valori e la disciplina per sopportare l’embargo. La povertà di strutture ha indebolito il sistema e i risultati hanno accentuato il declino. Il fratello Raul non è così preso dallo sport. Molti sportivi vedono la via della fuga come la vera svolta. Non vogliono più attendere.
Durante i Giochi di PechinoFidel Castro polemizzò con gli arbitri “corrotti” della boxe e del taekwondo: “Hanno fatto azioni ripugnanti verso di noi, Cuba non ha mai corrotto arbitri o comprato atleti”. Diego Maradona si rivolse a lui per uscire dal periodo più nero della sua vita: ” E’ il più grande della storia”. E Fidel: ” Sei il Che Guevara dello sport“. L’argentino rivelò nel 2015 una lettera di Fidel, stregato anche da Leo Messi: “Ha lasciato un Paese con un grande livello di dignità”.

Leggi anche:  Mondiali Courchevel Meribel 2023, dove vedere combinata maschile sci alpino LIVE oggi: diretta TV, orario e start list
  •   
  •  
  •  
  •