Il nuovo libro di Alex Zanardi. Volevo solo pedalare, un inno allo sport e alla felicità

Pubblicato il autore: Marco Roberti Segui
Zanardi

Alex Zanardi dopo il trionfo di Londra 2012. Questo scatto è stato giudicato il più iconico dell’intera Olimpiade

È difficile scrivere un libro su Alex Zanardi. Si rischia di cadere nel banale, nello stucchevole panegirico che ammorba, nella scontata santificazione ante mortem. Per questo il giornalista Gianluca Gasparini sceglie una chiave di lettura nuova per oltrepassare l’atleta Zanardi e arrivare all’uomo Alex; una chiave di lettura consentita solo a un grande amico come Gasparini che non demitizza l’eroismo di Zanardi, ma lo rende ancor più esemplare. Una frase, dal capitolo finale, colpisce: “L’eccezionalità è legata al fatto che, per fortuna, dover fare le cose senza gambe non riguarda la stragrande maggioranza delle persone”. Una frase che esemplifica bene il suo percorso sportivo e filosofico che lo ha condotto fino agli ori nelle due Olimpiadi di Londra nel 2012 e di Rio nel 2016. Volevo solo pedalare… Ma sono inciampato in una nuova vita comincia da una fine, o meglio, da un nuovo inizio. Cioè precisamente dal letto di ospedale nel quale si è svegliato sena gambe, ma con la voglia di ripartire e cercare il meglio anche in questa nuova condizione. E adesso sotto con il resto, recitava il finale del libro del 2003, sempre griffato dalla coppia con Gasparini; un suggerimento preso alla lettera da Zanardi che non è stato con le mani in mano. Nel libro c’è la voglia di vivere che, senza inutile retorica, è veramente il miglior carburante per qualsiasi motore. Per Zanardi il manzoniano “dalla meta mai non torcere il guardo” è sbagliato. Seguirlo nel percorso che lo ha portato a essere uno dei campioni più celebrati del panorama mondiale dimostra come invece bisogna girare la testa, guardarsi intorno, non essere mai pago di gustarsi ciò che si ha intorno. Nel libro c’è dentro tutto ciò. In primis la innata testardaggine che lo ha portato a fare scelte anche non apparentemente convenienti per dedicarsi a quelle che erano le sue passioni, come lasciare il campionato superstars dove aveva ricominciato a correre, e ben remunerato, per lavorare sulla handbike, un mondo in quel momento non molto famoso. C’è anche l’importanza dei rapporti umani e delle amicizie di sempre. Con i suoi allenatori e mentori, con le figure più paterne che Zanardi ha sempre cercato di sentirsi vicino, con il dottor Claudio Costa, con Vittorio Podestà che lo introdusse in un parcheggio di un autogrill ligure al mondo dell’handbike. C’è anche uno Zanardi molto tecnico e competente che si costruisce da solo i propri mezzi, progettando più volte l’assetto del proprio veicolo (ci sono anche delle pagine, quasi incomprensibili per profani come il sottoscritto, ma che farebbero andare in sollucchero gli amanti del genere meccanico). Disquisizioni che aprono scenari sul mondo dello sport per disabili che è molto più complesso di quanto si creda. Le handbike non possono essere tutte uguali, perché le disabilità non sono tutte uguali. Un esempio: chi non ha le gambe è favorito in salita perché ha meno peso da portare, ma chi è paraplegico in pianura rende meglio perché ha una circolazione sanguigna migliore. E di questo si deve tenere conto anche quando si prepara una gara. Il ritratto che ne esce è quello di un Zanardi molto schietto: non un semidio invincibile e irraggiungibile, ma un uomo innamorato dello sport e della vita che ha deciso di non mollare. Il suo obbiettivo? Vincere contro sé stesso: sentirsi eticamente e praticamente uno sportivo come gli altri. E ci è riuscito. Con abnegazione, sacrificio, voglia di migliorarsi giorno dopo giorno, sentire la gocciolina di sudore che scende dalla fronte. Il tutto corredato da aneddoti divertenti o emozionanti, da una galleria di foto in mezzo azzeccata e interessantissima e da una scrittura scorrevole e piacevole. Un libro che scava in tanti episodi, cercando di capire qual’è il segreto del successo e dei successi dell’atleta. Che poi, in realtà, sono davanti ai nostri occhi. Ma vedere le cose più semplici non sempre è così facile.

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