La crisi della marcia russa

Pubblicato il autore: Matteo Monaco

Non è un momento positivo per l’atletica russa e per tutto il suo movimento sportivo.

Il 9 Novembre 2015 la Wada (l’agenzia mondiale antidoping) ha realizzato un report di oltre trecento pagine in cui si accusa esplicitamente la Rusada (l’agenzia antidoping russa) di essere stata a conoscenza e complice del doping di una parte consistente dei suoi atleti.

Le sanzioni richieste sono molto dure: l’esclusione per due anni della Federazione russa di atletica da ogni campionato olimpico, mondiale, europeo o di zona e la squalifica a vita di cinque atlete, tutte specializzate nel mezzo fondo tra cui l’oro e il bronzo degli ottocento metri femminili a Londra 2012, Mariya Savinova e Ekaterina Poistogova e l’espulsione dal mondo dell’atletica degli allenatori Kazarin e Melinkov e del celebre Vicktor Chegin della marcia.

Negli ultimi vent’anni il mezzofondo russo (800 e 1500) ha portato nel palmares della Russia 11 ori, 4 argenti e 4 bronzi agli europei, 3 ori, 4 argenti e 7 bronzi ai mondiale e 4 ori 4 argenti e un bronzo alle Olimpiadi.
Ancora più eclatante il caso della marcia dove gli atleti russi la fanno da padrone da oltre trent’anni. Nelle massime competizioni internazionali di atletica, infatti, i russi sono stati vittoriosi 27 volte, cioè nel 40 per cento dei casi. Inoltre sono andati sul secondo gradino del podio 22 volte e sul terzo 13.

Secondo il lavoro della Wada gli atleti non avevano la possibilità di scegliere «devono doparsi se vogliono fare atletica di alto livello». Non seguendo il programma di allenamento, che prevedeva l’adesione ad alcune norme interne, tra cui l’uso di sostanze proibite, si era fuori dal giro della nazionale.

Le reazioni a questo report sono state molte tanto politiche quanto sportive.
La medaglia d’argento della 50 km alle Olimpiadi di Londra, Jared Tallent, secondo dietro il russo Kirdyapkin, squalificato per tre anni e due mesi, in una intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano ha affermato che nel mondo della marcia la positività dei russi era data praticamente per scontata e che «la federazione russa dev’essere esclusa dalle competizioni e non devono esserci loro atleti a Rio. [dato che] Hanno causato una carneficina nel medagliere olimpico e dei campionati mondiali.»
Sulla stessa lunghezza d’onda il marciatore alotatesino Alex Schwarzer, olimpionico nel 2008 e squalificato per doping nel 2012. L’azzurro ha affermato che molti dei marciatori attualmente sotto incriminazione avevano parlato con lui ed ammesso apertamente l’uso di doping. D’altronde lo stesso Schwarzer ha ricordato che «già nel 2008, dopo la mia vittoria olimpica, in alcune interviste avevo fatto riferimento ai sospetti di doping che avevo maturato nei confronti di alcuni miei avversari russi. Poi nel 2011 – ricorda Schwazer – dopo continui casi di doping che avevano coinvolto i marciatori di questo Paese, ho avuto ai Campionati Mondiali di Daeku la certezza del doping del gruppo guidato dall’allenatore Victor Chegin, per loro stessa ammissione».

La notizia ha portato scompiglio anche in ambito politico. Il presidente russo Putin, per bocca del ministro dello sport Vitaly Mutkov ha sostenuto che la Wada non ha il diritto di sospendere la federazione russa dato che il «rapporto è ancora in fase di bozza e contiene dichiarazioni senza l’ombra di una prova. Tutte le accuse al momento sono prive di fondamento.»

Il mondo sembra di nuovo di fronte a una Guerra Fredda Sportiva.
Vladimir+Kanaykin+Valery+Borchin+IAAF+World+4aL5JPw0ujNl

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