Jesse Owens – Parte 2 – La caduta, la risalita e l’imbarco per Berlino

Pubblicato il autore: Gianluca Frontani Segui

Ci siamo lasciato ad un anno dalle olimpiadi del ‘36, con Jesse Owens che vince gare in giro per l’America, ed è ormai divenuto un icona dello sport a stelle e strisce. James si innamora della California, di Los Angeles in particolare. Gli si attribuisce un flirt con la figlia di un ricco imprenditore: bionda, seno prosperoso e occhi azzurri, la classica cheerleder angelena. Il ragazzo prodigio diventa protagonista anche di storie che non riguardano velocità e salti. Il che, in parte, potrebbe non essere un male: un afroamericano di tale impatto per l’opinione pubblica avrebbe potuto accelerare quel flemmatico processo di integrazione della comunità nera.
Tuttavia in questo caso la fama, più della gloria, porterà i guai.
Di fatti basta poco perchè Jesse non sia più lo stesso. non si intravede più quella ossessionante diligenza nel seguire programmi e allenamenti. E le conseguenze non tardano ad arrivare.

4 Luglio, University of Nebraska, Memorial Stadium, Lincon. Sono tutti lì per Jesse Owens, convinti che sarà l’ennesima riprova dello strabordante talento del ragazzo del sud.
Ma Jesse perde, arriva addirittura terzo. Vince Euliace Peacock, che eguaglia il record del mondo nei 100 metri piani (10”2), e, poche ore dopo, batte James anche nel salto in lungo. Arthur Dailey sul Times lo ricorda come “il più grande upset nella storia dell’atletica”.

Peacock che batte Owens. Successe per tre volte consecutive nel 1935

Peacock che batte Owens. Successe per tre volte consecutive nel 1935

Ok una rondine non fa primavera, pensa qualcuno.
Ma Peacock vince, e vince ancora, sempre contro Owens. Tre successi in tre diverse manifestazioni.
Jesse è disperato, ad un giornale ammette che Peacock, in quel momento, è il più forte di tutti. Un ammissione tanto dolorosa quanto vera, condita da una buona dose di rimpianti, dati dalla scarsa abnegazione che seguì quel meraviglioso 25 Maggio.
Il ragazzo di Cleveland torna a casa, senza tutto quel seguito di voci e fomenti che avevano fatto da sottofondo alla sua partenza.
Rinasce con la sua famiglia. Per un buon periodo sarà completamente dedito a questa e agli allenamenti, nient’altro. Nel frattempo gli USA hanno un nuovo idolo e, a pochi mesi dai Trials (manifestazione in cui si decide chi andrà alle olimpiadi) nessuno ha alcun dubbio sul fatto che Peacock ha già i biglietti strappati per Berlino, mentre Jesse dovrà sudarsi il posto.

Agosto 1935. Jesse continua ad allenarsi negli States, mentre Peacock sta facendo una tournèe in Europa. 10 appuntamenti, 8 vittorie nei primi nove. Uno l’ha perso, ma perchè, tanto per renderla più avvincente, concesse 10 metri di vantaggio agli avversari. Per la cronaca, non andò lontano dal vincere anche quella gara.
Il 24 agosto il Team Usa arriva a Milano, decima ed ultima tappa della tournèe. La mattina stessa, sulla Gazzetta dello sport, potevano leggersi le seguenti righe, a cura di Luigi Ferrario: «Due velocisti americani impressionarono grandemente il mondo atletico in questi ultimi tempi: Owens e Peacock. Owens fu il primo a rivelarsi, ma ai campionati statunitensi fu oscurato dal nuovo astro Peacock»   Tutti gli altri giornali italiani che parlavano dell’evento erano certi: Peacock è «l’uomo più veloce del mondo». Nei 100 metri c’erano ben 15 concorrenti, perché, il Comando federale milanese dei Fasci giovanili di combattimento, volle far partecipare alla competizione anche i più promettenti ragazzi della categoria «giovani fascisti». Diciamo che poteva essere evitato.
Fatto sta che la gara viene così suddivisa in tre batterie; dopo queste la finale fra i migliori 8. Nonostante fossimo ancora in piena estate la giornata era fredda ed uggiosa, un aspetto da non sottovalutare. Peacock vince agilmente la sua batteria, nonostante la gara venga ritardata a causa del maltempo. Siamo sui blocchi di partenza per la finale.
Bang. Esplode il colpo della partenza.
Peacock vola, agile, armonico, tracotante ed elastico, come al solito. L’unico che prova a starli dietro è Edgardo Toetti, ma non sembra poter competere: 40, 50, 60 metri; il vantaggio dell’americano continua ad aumentare…70, 80, non ci sono più dubbi, Peacock vincerà l’ennesima gara.Ma lo scrittore della sceneggiatura di quel pomeriggio aveva un discreto senza del dramma. L’americano inizia a rallentare notevolmente la sua andatura, sembra quasi zoppicare. Toetti lo riprendere e va a vincere per pochi millesimi. Peacock si tocca la coscia. È uno stiramento muscolare: forse le troppe sollecitazioni, forse il freddo di quella giornata. E’ la fine del sogno di questo grande atleta, uno dei più grandi “might have been” della storia dello sport americano. L’anno successivo, poco prima delle ultime selezioni per le olimpiadi, Peacock andrà incontro, in Aprile , ad un nuovo problema muscolare, probabilmente una conseguenza di quello patito a Milano.

Peacock portato in braccio all'arena di Milano. Qui si chiuderà, praticamente, la sua carriera agonistica.

Peacock portato in braccio all’arena di Milano. Qui si chiuderà, praticamente, la sua carriera agonistica.

Guardò le olimpiadi dagli Stati Uniti, facendo il tifo per il suo amico Jesse. Anche se, in buona parte per la sfortuna di Peacock, oramai, non sembra esserci alcun impedimento tra Jesse e Berlino.

Tuttavia nella Germania del 1935 più di qualcosa non quadra e la storia lo insegnerà. Le voci riguardanti un fervente antisemitismo iniziano a girare anche al di fuori dei confini europei.Il popolo americano, tramite un sondaggio nazionale, è contrario al fatto che la propria rappresentativa parta per le olimpiadi. Jesse dichiara che: “se in Germania delle minoranze sono state discriminate, allora dovremmo ritirarci”. Chi più di lui poteva essere sensibile a tale argomento. Tuttavia il governo degli Stati Uniti in quel momento non è in cattivi rapporti con i tedeschi, così per visionare la situazione viene invitato Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico a stelle e strisce, nonché proprietario della A.A.U., l’unione degli atleti dilettanti americani. Brundage dà l’ok, tramite un lungo discorso in TV in cui, tra elogi all’organizzazione tedesca e frasi pro America, dice che: “i giochi olimpici appartengono agli atleti e non ai politici”.L’idea del boicottaggio vola via, e il 15 luglio del 1936 Jesse si imbarca assieme ad altri 385 atleti a NY City, destinazione Berlino. La storia di quel viaggio è meravigliosa, una squadra variegata come non mai: le più svariate culture e religioni assieme, lontano da una madre patria che viveva continui grattacapi riguardo l’integrazione, e verso una nazione, la Germania, che in quegli anni elevò il concetto di odio razziale su un altro livello.

Ma nel gruppo degli atleti mai una singola lite a sfondo razziale.

Jesse è concentrato già dal viaggio sulla gara e su nient’altro, e le chiacchiere possono essere solo una motivazione ulteriore. Scrive sul suo diario: “Nel 1830 i miei antenati furono portati su una nave, attraverso l’oceano Atlantico, dall’Africa in America, come schiavi per uomini che si arrogavano il diritto di possedere altri uomini. Io mi sono imbarcato per attraversare di nuovo l’oceano Atlantico, e sfidare Adolf Hitler.”
Pochi giorni dopo avrà questa opportunità, davanti agli occhi di tutto il mondo, aiutato da un inaspettato amico.

Per i retroscena, le curiosità e le cronache di quella che fu una delle più grandi prestazioni sportive della storia, vi do appuntamento a gara 3: Jesse Owens, ed i cento passi sul terzo Reich. Sempre su Supernews.

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