Jesse Owens – Parte 3 – Orgoglio, trionfo e pregiudizio

Pubblicato il autore: Gianluca Frontani Segui

Berlino. Per la la prima volta ci fu il viaggio della torcia olimpica che nel primo Agosto del 1936 arrivò ad accendere il braciere durante la cerimonia di apertura dei giochi olimpici.
Per rendere il tutto più spettacolare, 25 mila piccioni vennero liberati affinché librassero legiadri e senza vincoli nel cielo. Piccolo inconveniente: per via dello sparo di cannone che decretava l’inizio della manifestazione, i piccioni rovesciarono la cena della sera precedente sullo stadio e sulle teste dei poveri spettatori.
Hitler, presente, nonostante l’inconveniente, fu inneggiato come un Dio. Il Fuhrer era notoriamente contrario alla manifestazione, pensava non fosse altro che una “fiera di negri ed ebrei”. A fargli cambiare idea ci pensò Gobbels, il quale dipinse ad Hitler le olimpiadi come una grande occasione per la razza ariana: dimostrare la propria superiorità nei confronti di tutti gli altri.
In Germania, ovviamente, vennero rimossi tutti i segni e i manifesti antisemiti perché apparisse come una città tollerante e multietnica; particolare irrilevante che fossero in vigore, ormai da un anno, le leggi di Norimberga e che agli atleti tedeschi di origine ebrea o rom, non fu permesso di partecipare.
Quella di Berlino fu l’XI edizione dei giochi olimpici, e anche la prima ad essere trasmessa in televisione.
Ma procediamo con ordine, parlando della manifestazione, più che del resto, tristemente reso noto dai libri di storia con buona pace dei negazionisti.

Secondo giorno: finale dei 100 metri. Una delle finali più semplici, agonisticamente parlando, della carriera di Owens: non vince semplicemente, ma umilia gli avversari. Pareggia il record del mondo, e viene applaudito dai 110 mila tifosi dell’Olympiastadion. Facciamo 110 mila meno uno. Hitler difatti si rifiuta di complimentarsi, e sfugge alla foto di rito con il vincitore: “credete davvero che mi faccia fotografare mentre stringo la mano a un negro?”.
Il Fuhrer in cuor suo confida che il giorno dopo, quello stesso negro, venga stracciato nel salto in lungo da Carl Ludwig “Luc” Long: alto, biondo, bello, campione tedesco di salto in lungo, ed
epitome del modello ariano

Owens e Long. La loro amicizia è una delle favole sportive più belle che ci siano

Owens e Long. La loro amicizia è una delle favole sportive più belle che ci siano.

 

Terzo giorno: qualificazioni per la finale di salto in lungo. Owens è nervoso, sente la sfida con Long e  fallisce i primi due tentativi sbagliando l’appoggio in pedana. Ultimo salto utile per la qualificazione. Jesse si sta preparando, è concentrato, immobile. Si avvicina a lui lo stesso Long. Lo guarda. Parla: “immagina un segno a terra, abbondantemente dietro alla pedana, ti aiuterà a non commettere un altro salto nullo”. Owens segue il consiglio del rivale, salta 7 metri e 64 centimetri, lasciando quasi mezzo metro alla pedana, e vola in finale.
Il nativo dell’Alabama e il beniamino di casa rendono quella finale una delle più belle di sempre.
Owens salta 7 metri e 87 centimetri. Long lo eguaglia con il secondo salto.  Owens si supera ancora andando a 7 metri e 94 centimetri, e, con l’ultimo salto, sfonda la barriera degli otto metri: 8,06 m. Record olimpico che resisterà per decenni. Owens vince la sua medaglia d’oro numero due. Long lo abbraccia, fa il giro dello stadio insieme a lui, anche se le regole di allora vietavano tali esternazioni. Il pubblico è in visibilio: “Cessei Offenz, Cessei Offenz!”.
L’amicizia tra Long e Owens meriterebbe un capitolo a parte: continuò anche dopo la prematura morte del tedesco durante la seconda guerra mondiale, sul fronte italiano, nella battaglia per la conquista dell’aereoporto di san Pietro a Biscari, in provincia di Ragusa. Jesse sarà invitato dal figlio di Long al proprio matrimonio. Ma torniamo al 1936.

Quarto giorno: i 200 metri piani. La gara, davvero, è quasi noiosa da raccontare. È un alieno contro dei normodotati. Terzo oro, terzo record olimpico. Owens è non solo più forte di tutti gli altri, ma è ad un livello di forma imbarazzante, positivamente parlando; toccato, forse, solo in quel 25 maggio del 1935. Hitler e Gobbels sono delle maschere di cera. Rimodellando il titolo di un film “Indovina chi viene a rovinarti l’olimpiade?”
J.O. è una divinità mondiale. Tutti i quotidiani sportivi del mondo lo osannano. La sua olimpiade, teoricamente, è conclusa.

Premiazione della gara di salto in alto.  Jesse è  sul gradino più alto del podio.

Premiazione della gara di salto in alto. Jesse è sul gradino più alto del podio.

Quinto giorno: teoricamente, già. Finale della 4 per 100. Owens non doveva essere tra i quattro partenti per la nazionale statunitense. Ma due di quei quattro erano ebrei. Gli viene impedito di entrare allo stadio, senza apparente motivo. Jesse è deluso, amareggiato. Quei tre ori non contano nulla se poi si vive in un mondo simile, pensa. Non vuole gareggiare. Non c’è niente al mondo che voglia fare, se non scuotere la testa. Ma viene costretto a scendere in pista. Tanto per cambiare vince, ma mai vittoria fu così amara. “Sto male, malissimo per Marty e Sam”, i due ragazzi ebrei appunto. Quarto ed ultimo oro. Da lì sembra che tutto, almeno per lui, sarà più semplice, anche in patria.

Ma presto dovrà preoccuparsi anche per se stesso.

In America l’eco delle sue vittorie è profondo: si apre il dibattito sul far partecipare i neri anche negli sport di squadra (Jackie Robinson sarà il primo, qualche anno più tardi). Jesse ha cambiato in tante persone il modo di vedere le cose, ma paradossalmente la parte più umiliante della sua vita ancora deve giungere.
Subito dopo le olimpiadi viene organizzato un tour europeo per la nazionale Americana: tutti, in tutte le città, vogliono vedere Jesse. È acclamato come fosse Greta Garbo. Tuttavia per il ragazzo dell’Alabama fu una gita fatta di fame, gare, e zero compensi. Non ci sta, fugge di nascosto su una nave da Londra a New York. Brundage lo esclude dalla AAU per quella fuga: Jesse non potrà più partecipare alle gare di atletica sul suolo statunitense.

Sbarca così a New York, dove viene organizzata una grande parata in suo onore, Jesse, dopo tante sofferenze, sorride. Ma non durerà molto. C’è anche la moglie ad aspettarlo. Ed insieme si aspettano una nuova vita.La sera stessa capiranno che, in realtà, nulla è cambiato. Girano, girano e rigirano la grande mela, in cerca di un albergo che possa ospitarli. Niente. Sono neri, non c’è posto per loro.
I soldi scarseggiano. Jesse non può guadagnare compensi tramite competizioni ufficiali, dopo la squalifica di Brundage. Decide di raggiungere l’apice dell’umiliazione personale, consapevolmente. Accetta di correre contro cavalli, cani e motociclette in eventi a pagamento. Rivelerà anni dopo di come che mai si odiò come in quei momenti. Gli introiti sono comunque scarsi. Il nome di Owens viene dimenticato, finisce nell’oblio, fino a quando, nel 1955, Eishenauer lo nomina ambasciatore di buona fede. Finalmente gli viene riconosciuta la grandezza e la fama che merita. La società, in quegli anni, è più tollerante: diviene protagonista di numerosi spot e pubblicità. Ma il suo cuore è ferito, nel profondo. Smette di battere nel 1980 all’età di 66 anni.
Come tanti grandi artisti raggiunge tutta la stima e l’ammirazione che avrebbe meritato dopo la sua morte. Di recente una sua medaglia messa all’asta è stata venduta per l’irrisoria cifra di un milione di dollari.  Pioniere di un’uguaglianza, di una lotta contro il razzismo silenziosa, in cui a parlare erano fatti ed atteggiamenti; un personaggio da cui tutti noi abbiamo qualcosa da imparare, dal sacrificio, ai valori, dall’impegno, all’umiltà. Mi piace ricordarlo mentre esulta, sorridente, con 110 mila tedeschi che scandiscono il suo nome, nel loro accento. Oggi, come 80 anni fa: “Cessei Offenz”.

Riposa in pace campione!

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