Marco Tamberi racconta suo figlio Gimbo: “Credo mi detestasse ma c’è sempre stata stima reciproca”

Pubblicato il autore: Lorenzo Matricardi Segui
Tamberi
Marco Tamberi, padre del più noto Gianmarco, è l’allenatore ufficiale del neo-campione del mondo indoor di salto con l’asta. Dopo il recente successo ai Campionati del Mondo di Atletica Leggera Indoor a Portland, “Gimbo” è diventato una superstar e gira il mondo rilasciando interviste proprio come i grandi atleti. Marco Tamberi invece è tornato ad Ancona e, in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, ha raccontato a 360 gradi il rapporto con suo figlio e la loro storia di vita insieme. Questa l’intervista integrale:

Com’è il vostro rapporto?
“In passato è stato piuttosto difficile, soprattutto finché Gimbo è stato nella fase adolescenziale. Abbiamo caratteri molto simili e ci si scontrava duramente. Immagino sia arrivato vicino a detestarmi. Allo stesso tempo abbiamo sempre avuto una grande stima reciproca, che ha aiutato il nostro riavvicinamento. I rapporti padre-figlio e allenatore-atleta, negli anni, hanno avuto problemi, ma sono serviti a farci crescere”.

Quando avete toccato il punto più basso?
“Le fasi dure sono state tante, con momenti in cui abbiamo interrotto il rapporto per alcuni mesi. Aggiungiamo che la mamma ed io nel 2010 ci siamo separati: Gimbo l’ha presa male, ha faticato ad accettarlo”.
Oggi come va?
“Il presente è fatto di due persone adulte che si vogliono bene, che perseguono un obiettivo comune, che non si accusano mai a vicenda e che anzi cercano gli errori insieme”.
Cosa vi ha fatto svoltare?
“Gimbo, poco più di un anno fa, è andato a vivere da solo: le cose sono ulteriormente migliorate, perché si è autodisciplinato e non abbiamo più dovuto mescolare i rapporti, se non dal lato affettivo”.
Dove può arrivare?
“Percorriamo strade innovative, sotto il profilo tecnico e della preparazione. La sua crescita mi impressiona. La via è lunga, ma ci potrà portare ben oltre le quote attuali. Gianmarco è cocciuto, non si arrende mai, come ha dimostrato sabato”.
Cosa ammira di lui?
“La spontaneità, la caparbietà e la positività”.
Come può migliorare?
“A volte si fa prendere dal momento, non giudica obiettivamente le situazioni. La scorsa stagione all’aperto cominciò male, se ben ricordo con un 2.17 in giugno. Ma era stato fermo per un infortunio a un piede. Prese a dire che avevamo sbagliato tutto. Lo feci ragionare, spiegandogli che un mese di stop si paga. Poco dopo è arrivato il record italiano e ovviamente s’è calmato” .
Quanto c’è di lei in lui?
“È la mia evoluzione. In gara mi comportavo allo stesso modo. Ricordo il mio primo titolo italiano indoor, a Milano 1980. Mi presentai con un personale di 2.18. Entrai a 2.10 e lo feci alla terza. Poi 2.15, sempre alla terza. Come 2.18 e 2.21. Quindi 2.23, ancora all’ultimo tentativo. Di Giorgio, che aveva superato tutte le misure al primo, mi apostrofò: “Ora non dirmi che vuoi saltare anche 2.25”. Gli risposi: “Sì, Massimo, ma alla prima e vinco”. E così fu. Con le dovute proporzioni, c’è qualche analogia con quel che Gimbo ha fatto a Portland. La settimana dopo, agli Europei in sala di Sindelfingen, fui 5° col record italiano a 2.26″.
State battendo strade nuove: in cosa consistono?
“Per esempio nel lavoro a video, minuzioso, ma non solo. Sperimentando, non abbiamo molti riferimenti e quindi dobbiamo monitorare tutto”.
Può esemplificare?
“Utilizziamo pedane che ci forniscono parametri relativi alle forze applicate, facciamo riprese in 3D e ovviamente a 300 fps: poi, insieme a ingegneri biomeccanici, valutiamo tempi a terra, posizioni e quant’altro. Gimbo, per dirne una, non fa pesi da sei anni. L’alto mondiale è in grande evoluzione: non dobbiamo rimanere indietro”.
È facile lavorare con lui?
“Si fida, non mette in dubbio quel che gli dico ed esegue con l’entusiasmo di chi ci crede”.
Lei, da coach, può crescere ulteriormente?
“Soprattutto in gara sto cercando di congelare qualsiasi sentimento: più volte mi sono accorto che il pathos mi porta a non trovare tempestivamente certe soluzioni. È un passo difficile, ma ce la sto facendo. Poi lo pago: resto stressato per giorni”.
Condividete anche la passione per il basket?
“A me piace molto, lui è malato: aveva sei anni quando col fratello Gianluca, che ne ha due in più, lo portai a Osimo dove allenava il grande Alessio Baldinelli, mio caro amico. Gimbo ha un bel talento, ma non avrebbe sfondato: è troppo leggero”.
Come sono i rapporti con Gianluca, due record nazionali giovanili nel giavellotto, anche mister Italia 2012 e qualche esperienza da attore?
“Tra loro ottimi, con me faticosi. Quando lo seguivo è arrivato a 78 metri, ora è in ripresa. È un perfezionista all’eccesso, spero che il successo di Gianmarco lo stimoli in senso buono”.
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