Roma Ostia 2016 – l’intruso del pulmino e le ragioni di Gianni Poli

Pubblicato il autore: Mario Tommasini Segui

IMG_2777La Roma Ostia è per un corridore un’esperienza e un crocevia necessario per nuove e ancor più impegnative avventure podistiche. La forza del gruppone aiuta e, spesso, è un’impresa piacevolmente memorabile. Da domani, perché di lunedì ci si riposa, cominceranno i racconti epici delle gesta eroiche e degli aneddoti che un percorso lungo più di venti chilometri ovviamente regala.
“hai visto quello, che scatto! e poi lo abbiamo ripreso?”
“a giovino’, se nun t’abbassi i calzerotti arivi cor quasi”
“io alla salita del campeggio ho avuto visioni mistiche”
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Più o meno tutte così, perché la cosa più divertente è la capacità dei “tapascioni” di fare gruppo.
Nel mezzo di questo racconto, Odissea per alcuni, nessuno si ricorda della presenza degli Omero dei giornali.
Commentatori delle umane gesta d’elite o intervistatori e fotografi della partenza e dell’arrivo, sono più che altro tollerati.
Del gruppo degli scriventi, questa volta, facevo parte anche io, senza falsa modestia, indegnamente.
E la domanda scontata è: “E ar popolo?
“Ar popolo” per una volta voglio evitare la “fredda” cronaca e narrare un episodio/evento che mi vede coinvolto.
Non tutti sanno, o almeno io non lo sapevo, che i giornalisti al seguito della corsa non vedono la partenza.
Sono presenti, chiaramente, alle fasi preparatorie ma non al momento del via, esortati a raggiungere in fretta, alle 9 meno due minuti, un pulmino predisposto ad hoc dall’organizzazione.
Io, acerbo cronista, lo ignoro e salgo per ultimo.
Idea di fare la foto della partenza ovviamente svanita.
Scelgo la comodità di un passaggio e la certezza di arrivare in tempo all’arrivo rispetto a quella di una bella fotografia “d’insieme”.
Come detto sono l’ultimo. Bardato, stile omino sandwich per Supernews, con la maglietta sopra la giacca e a spalla la borsa della macchina fotografica.
In piedi, saluto e quasi ci rimango.
Dietro di me Giorgio Rondelli e in fila Gianni Poli.
Seguo l’atletica da una vita grazie a mio padre e so bene chi sono.
Rondelli è, per intendersi, l’allenatore più titolato d’italia.
Ha seguito, tra l’altro, Alberto Cova e Francesco Panetta, “mica pizza e fichi”.
Gianni Poli è il vincitore della maratona di New York del 1986 e, tra le altre cose, primo italiano a correrla sotto le 2h e 10′.
Insomma, qualche minuto e mi rendo conto che è un signor parterre de roi del podismo. Tra giornalisti, ex corridori, allenatori e organizzatori.
“Embeh?” La cosa divertente è che il clima è divertente e divertito e mi sembra di discutere con mio padre Riccardo dei passaggi e del fatto che gli italiani non sono nel gruppo di testa.
Giorgio Rondelli si arrabbia perchè non vede la bandiera del km, il passaggio del 5° non torna e non capisce bene l’andatura dei primi.
“faranno oltre l’ora”, “vediamo al 10°km”, “al 12°”, “al 14°”, “al 15°”.
La sostanza è che a discutere sono in due. Rondelli e Poli.
Discussione sul metodo di calcolo e sulle somme e sul tempo al km.
Rondelli dichiara un finale di 59’40” e Poli, un km dopo, 59’30”.
Poca differenza, direte voi, ma una tenzone che va avanti fino all’arrivo. I due sono talmente presi da non accorgersi, come giustamente mi fa notare il mio vicino di posto, del vento a favore per tutto il finale di gara.
Alla fine Yego vince in 58’44.
Hanno sbagliato tutti e due, ma chiedete ad Andrea Trabuio (tra le altre cose, direttore della Milano Marathon) se Gianni Poli è ancora convinto del contrario.
one second” e non sente ragioni.
Poli e Tornabuoni
A me rimane il piacere di aver visto come la passione per la corsa non si esaurisca ma, anzi, si alimenti con l’età e i saluti agli amici a fine gara.
Da appassionato e, se non fosse per la mole, invisibile intruso del pulmino.

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