La polemica Tamberi su Schwazer pone una questione di etica e di legge

Pubblicato il autore: Francesco Saverio Simonetti Segui

Alex Schwazer, medaglia d’oro a Pechino 2008

Alex Schwazer, campione olimpico di marcia nella specialità 50km alle Olimpiadi di Pechino nel 2008, oggi ha terminato di scontare la squalifica di tre anni e nove mesi in seguito alla positività all’Epo riscontrata poco prima delle Olimpiadi del 2012 a Londra, ed è pronto a gareggiare per ottenere anche lui il pass olimpico per Rio 2016. Il marciatore altoatesino si allena da qualche tempo con Sandro Donati e da alcune indiscrezioni sembra essere già su buoni tempi.

Il suo rientro, però, è stato accolto da una polemica inaspettata.

L’altista marchigiano, Gianmarco Tamberi, campione del mondo indoor a Portland lo scorso Marzo, ha espresso su facebook il suo parere sul rientro dell’altoatesino: «Vergogna d’Italia, squalificatelo a vita, la nostra forza è essere puliti! Noi non lo vogliamo in Nazionale» urlato in maiuscolo.

Immediata la risposta del presidente del CONI Giovanni Malagò, in difesa del marciatore altoatesino. La sostanza espressa dal numero uno dello Sport italiano è questa: c’è una squalifica che è stata scontata interamente, Alex Schwazer può tornare a gareggiare e può ambire ai Giochi come qualsiasi altro sportivo.

Il problema però si è posto e andrebbe approfondito.

Premesso che gli atleti non dovrebbero esprimere pareri così importanti e delicati sui social, ma intervenire in maniera più tangibile – motivo per cui Tamberi dovrebbe essere in un certo senso sanzionato, o comunque ufficialmente redarguito – la dichiarazione, seppur appunto su facebook, del campione di salto in alto non sembra essere un errore di un ragazzo giovane come si sta facendo passare. Anche perché Tamberi non è un tipo sprovveduto. Pare piuttosto un’incazzatura – chiamiamola come è, condita da espressioni eccessive come “Vergogna d’Italia” – di un gruppo di atleti di cui Tamberi forse si è autoproclamato porta voce senza permesso, e lo testimoniano il carattere in maiuscolo a sottolineare la presa decisa di posizione e l’uso della parola “noi”. Se così fosse, e di fatto lo è, anche se le dichiarazioni ufficiali a confermare tutto ciò non ci saranno mai e le smentite saranno presto deposte, la Nazionale Italiana si presenterebbe a Rio con un gruppo spaccato in partenza e oggetto di facili distrazioni, nonché di attacchi mediatici.

Rimane da capire quanto sia lecito che un gruppo di atleti, ipoteticamente e fattualmente, faccia sentire la propria voce e intervenga su delle questioni che mettono a confronto Etica Sportiva e Legge Sportiva.

(la parola sportiva accanto a Etica e Legge da ora in poi sarà sottintesa)

Ogni contesto, e tale è lo Sport, prevede, infatti, un’Etica composta da valori ampiamente accettati e riconosciuti, tuttavia soggetti a cambiamenti perché è la società che cambia. Uno dei valori che non è mai oggetto di rivalutazione – Fortuna vuole, e vale in ogni ambito – è la Lealtà, quell’essere puliti urlato silenziosamente e a cui fa senz’altro riferimento Tamberi, che Schwazer ha effettivamente violato e per questo conseguenzialmente punito dalla Legge.
Ma impedire ora a Schwazer di gareggiare significherebbe limitare una sua libertà di espressione, in questo caso fisica.

Bisognerebbe, piuttosto, giudicare la Legge che è frutto della volontà degli uomini, e di fatto giudicare gli uomini che la creano e modificano a proprio piacimento.

Il caso Schwazer ci ha insegnato che le parole “pulito” e “puro” appartengono ancora alla parola “Sport” perché l’altoatesino può tornare a gareggiare solo in quanto non più dopato, ma che forse la parola “lealtà” non è più sua sostanza perché aver leso un valore – e se ti dopi lo ledi per sempre – considerato basilare non ha portato ad una definitiva estromissione, ma ad una semplice squalifica a tempo determinato.

In pratica, così facendo, è come se allo Sport stessimo togliendo qualcosa. Possiamo permettercelo? L’Uomo sta dicendo di sì.

Gianmarco Tamberi, oro ai Mondiali indoor 2016 di Portland

 

 

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