Messico ’68: quell’uomo tra Smith e Carlos era la terza ‘pantera bianca’

Pubblicato il autore: marco benvenuto Segui

smith e carlosCi sono scatti olimpici che segnano un’epoca, ma non sempre sono guizzi d’atleti ma lampi fotografici che fermano un momento e lo consegnano alla storia. E’ il caso della celebre fotografia che ritrae Tommie Smith e John Carlos, atleti di colore statunitensi, scalzi, con il pugno guantato al cielo. Era il 1968, Olimpiadi di Città del Messico: i due lanciarono la loro sfida al mondo per condannare quella che era la discriminazione razziale negli USA ai danni della comunità afroamericana. Periodo di grandi tensioni sociali sulle due sponde dell’Atlantico e non solo: negli States, fresco era il ricordo degli omicidi, a sfondo razziale, di Martin Luther King e di Robert Kennedy.

La protesta avvenne nel corso della premiazione della finale dei 200 metri vinta da da Tommie Smith, primo uomo ad abbattere il muro dei 20 secondi sulla distanza con uno strepitoso 19.82, nuovo record mondiale. Ma a rubare l’argento a John Carlos era arrivato a sorpresa un bianco, Peter Norman, australiano, il terzo uomo della foto, quello che nessuno ha mai considerato: un “piccoletto” di un metro e settantotto vicino a due giganti d’ebano, uno che nella foto sembra un imbucato alla festa di gala. Norman era arrivato alla finale dopo aver corso in semifinale un grande 20.22 ma avrebbe fatto meglio in finale quando superò Carlos correndo la gara della vita e concludendo con un incredibile 20.06, record australiano sulla distanza da 50 anni.

oli 2Ma quella gara epica, passò in secondo piano rispetto a quanto accadde sul podio quando lo stadio si ammutolì nel vedere Smith e Carlos a pugno alzato mentre risuonavano le note dell’inno americano dopo la consegna delle medaglie. Ma cosa era accaduto? Solo ciò che si era visto? La vera storia di quei minuti la raccontò , anni dopo, Gianni Mura su Repubblica: ed è una storia avvincente e triste. A consigliare Smith e Carlos di indossare un solo guanto fu proprio Peter Norman, visto che gli americani ne avevano solo un paio. I due velocisti avevano chiesto a Norman, dopo la gara, se credesse in Dio e che cosa ne pensasse dei diritti umani: si fidavano poco di questo bianco, che veniva dall’Australia dove erano in vigore rigide regole di apartheid. Furono quasi infastiditi quando Norman chiese loro un guanto per sé, per solidarizzare con la loro causa: ma non ce n’erano.

Norman si dovette accontentare di indossare un distintivo del “Progetto olimpico per i diritti umani” che gli era stato ceduto da un altro atleta statunitense. Dopo la clamorosa manifestazione, Smith e Carlos vennero espulsi dal villaggio olimpico e, al ritorno in patria, subirono anche pesanti ripercussioni. Ma, passato qualche tempo e cambiati i tempi, arrivarono a collaborare con il team olimpico di atletica e venne loro dedicata anche una statua raffigurativa che è ospitata all’Università di San Josè. Sul podio di quella statua, però, il numero 2, l’argento, non ha protagonista.

Quasi a simboleggiare la storia di Peter Norman, rimasto trasparente per tanto tempo dopo quella vicenda. Ma Norman, tornato a sua volta in Australia, pagò le conseguenze più pesanti. Ebbe difficoltà a trovare un lavoro e poi si arrangiò a fare l’insegnante di ginnastica, la sua famiglia subì ritorsioni. Lavorò per un po’ come macellaio, poi un infortunio gli causò una cancrena e cadde nell’alcol con problemi di depressione.

Non era stato neppure convocato alle successive Olimpiadi di Monaco, nel 1972, pur avendo corso per 13 volte i 200 sotto i tempi di ammissione e 5 volte i 100. Per questo motivo si ritirò dall’atletica continuando a gareggiare da amatore.  Nel 2000, quando si svolsero i giochi olimpici a Sidney, non venne neppure invitato nonostante fosse ancora, a livello di record, il più grande  corridore australiano. Se ne accorse il comitato olimpico americano che lo invitò e lo fece partecipare anche alla festa di compleanno di Michael Jordan di cui Norman era un fan accanito.
Peter Norman morì nel 2006 in seguito ad un attacco cardiaco: al suo funerale la bara fu portata a spalla da Tommie Smith e John Carlos. I due velocisti dissero di lui<<Se a noi due ci presero a calci in culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo.>>
Solo nel 2012 il Parlamento australiano chiese scusa alla memoria di Peter Norman che di sè aveva detto <<Non vedevo il perchè un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco.>>

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