Rio 2016: Schwazer, il doping e l’avvelenamento dello spirito olimpico

Pubblicato il autore: Mario Tommasini Segui
Rio 2016 ostaggio del doping

Rio 2016 ostaggio del doping

La controversa sentenza Schwazer, con la condanna ad otto anni per la vicenda della recidività al doping, non aiuterà a ritrovare la serenità all’interno del villaggio olimpico di Rio 2016

Nello sport, soprattutto in materia di doping, non vale la massima del “Nessuno tocchi Caino” o del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
L’utilizzo di sostanze illecite finalizzate al miglioramento delle prestazioni in gara, quale che sia lo sport, è da sempre rinnegato dal codice etico del comitato olimpico.
La fiducia nelle regole e nell’osservanza delle stesse da parte di tutti gli agonisti è quindi la base del leale confronto.
Lo spirito olimpico si fonda in effetti sugli assunti di lealtà e fiducia, in un terreno neutrale estraneo a politica, religione e questioni razziali.
Purtroppo l’edizione di Rio 2016 e il bisogno di sportività stanno soffrendo, avvelenati dalle vicende doping, vere o presunte.

Schwazer e la IAAF

La vicenda del marciatore Schwazer è simbolica di un clima da caccia alle streghe che la Federazione Internazionale di atletica leggera (IAAF) ha instaurato negli ultimi mesi.
Atleta campione olimpico 2008 nella 50 km di marcia, Alex Schwazer è incappato in una giusta squalifica per doping. Tre anni e 6 mesi di squalifica dalle competizioni. Ritorno clamoroso a maggio con la vittoria nella coppa del mondo di marcia a Roma. Dichiarazioni di pulizia da parte del suo gruppo capeggiato dal professor Donati, integerrimo allenatore, accusatore del “primo” Schwazer, da sempre conclamato oppositore delle pratiche farmacologiche e in generale del doping, individuale e di stato.
La condanna di oggi, 8 anni di squalifica e di fatto la fine della carriera per un atleta, sembra più che altro un messaggio al mondo dell’inflessibilità della federazione internazionale che ha scelto la linea durissima contro i sospetti, di fatto il vero motivo della squalifica della Russia dai Giochi Olimpici di Rio.

Il dubbio è il peggior nemico della verità

Rimangono molti dubbi sulle motivazioni che hanno spinto a tornare su campioni già analizzati e attuare delle analisi ad hoc proprio su un campione di urine di gennaio. Così come non i capisce il motivo del protrarsi della sentenza fino a Rio, alla vigilia della gara di marcia della 20 km, alla quale l’atleta italiano era regolamento iscritto.
I partecipanti di domani non potranno non essere condizionati da questa sentenza.

Non solo l’atletica

Duole parlare di Atletica solo per vicende extra sportive anche perché non sembra essere l’unica disciplina nella quale serpeggi del malcontento.
Vista la decisione da parte del CIO di squalificare la Russia ma lasciando la discrezionalità alle federazioni, si sta generando nelle varie discipline nella quali sono presenti i russi un clima di sospetto con dichiarazioni spesso al vetriolo laddove si sospetti recidività alla pratica doping.
Il nuoto si sta distinguendo per le polemiche contro i russi, prima estromessi in massa e poi reinseriti con discrezionalità da federazione e Tribunale dello sport (TAS), e anche nei confronti di atleti vincenti ma con ombre nell’utilizzo di sostanze illecite, spesso cinesi.
Liti in conferenza stampa o a mezzo di giornali e social che non fanno altro che incattivire un ambiente che dovrebbe essere festante proprio in virtù della partecipazione all’olimpiade.
Nella scherma lo stesso, con dichiarazioni a caldo da parte degli atleti quali il nostro Aldo Montano che palesano un’insofferenza nei confronti della partecipazione della Russia alle gare.
Rio 2016 non è un evento super partes, non è un clima festoso.
Lo disse ingenuamente Rossella Fiamingo appena arrivata a Rio. Ora se ne capiscono in parte i motivi.
Oltre agli errori (piscina dei tuffi verde) e ai ritardi nell’organizzazione, è proprio il sistema sport a doversi interrogare.

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