La medaglia della discordia: Lilesa argento a Rio non può tornare a casa!

Pubblicato il autore: Jacopo Chiodo Segui

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Usare lo sport, il sudore della propria fronte, per trasmettere un messaggio forte, una protesta, per sensibilizzare su tematiche delicate per cui persone, in giro per il mondo o più semplicemente gente della propria terra soffre ogni giorno è la cosa giusta.

Deve aver avuto questo pensiero Feyisa Lilesa, il 26enne originario dell’Etiopia quando sul traguardo del Sambodromo durante le recenti olimpiadi brasiliane, al termine di una maratona lunga 42 km, conclusa con il secondo posto con conseguente medaglia d’argento, in segno di protesta contro il suo governo, incrociò i polsi sopra la testa, mimando, per intenderci, delle “manette”.

L’atleta africano ci ha messo la faccia, per una questione forse, più grande di lui. Un gesto di protesta per segnalare i problemi umanitari della gente che come lui appartiene all’etnia Oromo, da tempo ai ferri corti con il governo centrale di Addis Abeba. Uno scontro che nel giro di qualche mese ha portato a centinaia di vittime.

Per mesi, i suoi concittadini, hanno alzato le “manette” al cielo, per denunciare l’incarcerazione di innumerevoli manifestanti, ecco perché Lilesa le ha replicate a Rio, consapevole che quanto fatto, mettendo sotto la lente d’ingrandimento una situazione sconosciuta ai più, che ha inevitabilmente posto i riflettori di tutto il pianeta sull’Etiopia, sicuramente non è piaciuta al governo centrale di Addis Abeba.

Ecco perché, Lilesa dopo aver trascorso altri venti giorni in Brasile e dopo esser stato ospite di una fondazione internazionale che gli ha permesso di ottenere un visto d’ingresso, è approdato negli Stati Uniti.

Qui ha chiesto asilo politico, una decisione facilmente pronosticabile già pochi minuti dopo la gara, dove le parole dell’atleta africano avevano lasciato poco spazio all’immaginazione:Se tornerò in Etiopia mi uccideranno, o quanto meno mi metteranno in galera, come già hanno fatto con molti miei parenti e amici”.

Da quel giorno, domenica 21 agosto, capolinea delle olimpiadi di Rio è iniziata una campagna di solidarietà a livello mondiale che ha già raccolto 160.000 dollari, denaro che servirà per far fronte alle inevitabili spese legali dell’operazione, soldi che Lilesa e il suo manager bresciano Federico Rosa non si aspettavano potessero essere raccolti cosi velocemente.

Anche per questo, più sereno il Lilesa di oggi, dettosi sorpreso ed emozionato per essere riuscito a dare considerazione, nel mondo, alla situazione che vive il suo popolo: ”Sono commosso per l’interesse che sono riuscito a suscitare e dall’attenzione che ora c’è intorno a quanto sta accadendo nel mio Paese. Ringrazio la gente e il governo brasiliano per l’eccezionale ospitalità e per le attenzioni che mi hanno riservato. Sono grato anche all’Ambasciata statunitense di Rio e allo staff del console per l’aiuto che mi hanno prestato nell’organizzare il viaggio verso gli Stati Uniti, dove spero presto di tornare anche a gareggiare». 

Martedì, a Washington alle  ore13 locali (le 19 italiane), Feyisa Lilesa terrà una conferenza stampa dove ribadirà ancora una volta le motivazioni che lo hanno spinto ad intraprendere questo cammino ponendo davanti a tutti le ingenti problematiche che l’Etiopia sta vivendo, la sua terra, quella dalla quale lui, almeno fino a quando le cose non cambieranno, dovrà stare alla larga.

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