Abebe Bikila, 26 anni dopo rimane sempre un mito

Pubblicato il autore: Marco Roberti Segui

Abebe Bikila
Abebe Bikila
è un nome molto presente nella mente di tutti gli appassionati di sport ma non solo. Oggi, 25 ottobre, è l’anniversario della sua morte, avvenuta nel ’73, precoce e improvvisa, solamente 13 anni dopo la vittoria alle Olimpiadi di Roma del 1960, ed è l’occasione per riannodare il film della sua storia e soprattutto raccontare della sua impresa e del significato che ebbe. Una corsa libera e primigenia senza scarpe e senza avversari, fino alla fine: 42 chilometri e oltre di liberazione dal giogo imperialistico. E proprio nella città eterna dove convivono diavolo e acquasanta come scrisse Sebastiano Vassalli ne “La Chimera”, dove per la prima volta nella storia si parlò di imperialismo, con l’impero, quello romano, che aveva propaggini in tutte le terre allora conosciute. Abebe Bikila fu un simbolo, una luce di speranza in un momento storico decisivo per l’Africa e per quello che si cominciava a chiamare terzo mondo. Si era negli anni della decolonizzazione. L’India aveva dato la stura a tutti gli altri paesi rendendosi indipendente dall’Inghilterra; in Indocina però si sarebbero visti gli effetti della guerra fredda per interposta persona con la guerra del Vietnam che sarebbe scoppiata entro pochi anni. Il medio-oriente era una fucina esplosiva di malcontento(e i suoi effetti si vedono tutt’ora) con la situazione palestinese, ed era del 1956 la conferenza di Bandung dei paesi non allineati con nessuno dei due blocchi, capitanata da Nasser, Tito e Nehru. In Africa oltre proprio all’Egitto che era riuscito a respingere le pretese di Francia e Inghilterra sul canale di Suez(forse l’ultima, anacronistica, battaglia coloniale), da ogni parte c’era ribellione e fermento. Il caso dell’Algeria fu emblematico di come le ex potenze imperiali fossero restie ad accettare i cambiamenti e le giuste rivendicazioni di indipendenza e di autodeterminazione delle popolazioni autoctone. Un momento importante nella storia del continente con tensioni che sfociarono spesso in rivolte, in bagni di sangue e dittature militari. Heile Selassiè era il negus neghesti(cioè imperatore) della nazione che era riuscito a liberare dal dominio italico. Al negus si collega la vita di Abebe Bikila, molto strettamente. Infatti fu guardia del corpo dell’imperatore per diverso tempo per sostenere la famiglia. Poi nel 1956 la scelta della strada dell’atletica. Con l’allenatore scandinavo Onni Niskanen riesce a entrare nella squadra olimpica per le olimpiadi di Roma del 1960. Ma in sostituzione di un altro atleta, Wami Biratu, che si era infortunato poco prima in una partita di calcio. Nessuno lo dava dunque per favorito. Tanto meno dopo che a due ore dall’inizio della gara si tolse le scarpe fornitegli dall’organizzazione perché erano scomode e preferiva correre senza. Ma entrò nello stadio Olimpico trionfante e solitario. Un cammino a piedi scalzi nella leggenda, eroico e silenzioso, lanciò un messaggio a tutto il mondo: Volevo che il mondo sapesse che il mio paese, l’Etiopia, ha sempre vinto con determinazione ed eroismo“. E così fu. Quattro anni dopo, a Tokyo, replicò l’impresa vincendo nuovamente la maratona con il record mondiale nonostante una operazione all’appendice di qualche mese prima che aveva limitato i suoi allenamenti. Fu molto sfortunato nella vita. Nel 1968 fu costretto a ritirarsi senza completare la corsa, mentre nel 1969 rimase paralizzato a partire dal torace per un incidente automobilistico. Infine la morte, nel 1973, proprio il 25 ottobre, a causa di un’emorragia cerebrale a soli 41 anni.  Ma ancora ora, a 43 anni di distanza il suo esempio è vivo e presente.

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