Quadro svedese e palla medica: ripartiamo dai fondamentali per rilanciare l’atletica italiana. E tagliamo gli sprechi

Pubblicato il autore: Luca Santoro Segui
Atletica Italiana

Filippo Tortu (in azione a Londra 2017), incoronato da Livio Berruti come la prossima speranza dell’atletica italiana.
(c) A.G.Giancarlo Colombo

Per capire la situazione attuale dell’atletica italiana basterebbe citare la prestazione di un nostro portacolori ai Mondiali di Londra appena conclusi: Marco Lingua, martellista dilettante 39enne a mezzo servizio – nel senso che si allena nei ritagli di tempo offerti dal suo lavoro di finanziere “facendo volare l’attrezzo nel campo del mio contadino” (ipse dixit) – ha realizzato la migliore prestazione all’interno dello stadio tra gli italiani, classificandosi al decimo posto tra i migliori al mondo pur non avendo una vera e propria società sportiva alle spalle ma con uno sponsor privato ed riuscendo comunque ad arrivare in una finale mondiale tra mille sacrifici.
E’ il paradosso di una atletica italiana che vive da ormai troppi anni nella beata speranza che domani andrà meglio, quando per domani si intende la prossima rassegna iridata (il presidente Giomi, la sera della conclusione della manifestazione londinese, ha rilanciato: “stiamo lavorando in vista degli Europei di Berlino e i Mondiali di Doha“: buonanotte al secchio) e che nel frattempo si va a nozze con i fichi secchi, con quello che il nostro atletismo può offrire.
Se escludiamo le buone prestazioni su strada con il bronzo nella marcia della Palmisano e il sesto posto di Meucci nella maratona con tanto di primato personale, le buone performance su pista di Tortu (lasciamolo crescere bene), Folorunso (autrice del primato stagionale assieme a Tamberi), Re e ovviamente Lingua, quello che resta dell’atletica italiana sono – ancora una volta – macerie su cui ricostruire.
Bisogna fare qualcosa: è il mantra che ci ripetiamo da troppe edizioni a questa parte, almeno da Pechino 2015 per essere larghi di manica, e il medagliere impietoso che ci pone al 38esimo posto su 43 nazioni, meglio della Spagna ma a pari merito con la sfortunata Siria e peggio del Burundi, ci ricorda che gli sforzi fatti sin’ora non sono per niente sufficienti.
Certo, la nostra punta di diamante quale è Tamberi arrivava da una condizione non ottimale influenzata in negativo dall’infortunio, e comunque parliamo del campione europeo e mondiale indoor in carica: quindi uno che un po’ salva la baracca grazie ai suoi risultati (magari tenendo a freno un po’ l’esuberanza). Ma non possiamo cadere nell’inganno perpetuo del salvatore della Patria, ruolo difficile e pesante che ogni volta attribuiamo ai vari Antonietta Di Martino, Andrew Howe o Daniele Greco, che comunque ci hanno dato grandi soddisfazioni.

Partire dalla scuola per rifondare l’atletica italiana

E allora eccoci ancora una volta a chiederci dove abbiamo fallito e cosa si può fare per salvare una disciplina caduta in disgrazia. E se le cose vanno male, se i risultati languono, è ovvio che si comprende come il problema o uno di essi risieda alla radice, nella mala pianta della educazione primaria, insomma la scuola dell’obbligo.
Un luogo dove l’insegnamento dell’educazione fisica non assume la stessa importanza degli altri Paesi europei (non parliamo del resto del mondo, Cina ultraprogrammata in testa), in cui – per dire – quadro svedese e palla medica venivano visti come oggetti astrusi la cui utilità non era e non è ben chiara a molti e dove la tolleranza dei docenti verso studenti che praticano discipline a livello agonistico, siamo sinceri, è meno di zero.
Lo spirito competitivo che si associa a quello vincente non è tipico della nostra forse troppo indolente società, che vede tutto ciò come una congrega di valori negativi e diseducativi. Ci vorranno anni per cambiare mentalità e favorire un ricambio vincente di giovani atleti oggi fiaccati da migliaia di input svianti, qualora si decidesse da subito di mettere mano al sistema educativo sportivo.
Tagliare la burocrazia, sgravando balzelli vari e rendendo più facile l’accesso alla pratica potrebbe essere più efficace di una programmazione guidata dall’alto, associando ciò ad una seria attività sportiva di base impartita nelle scuole con la possibilità di valorizzare le prestazioni degli studenti altrimenti annoiati a bordo campo con giustificazioni più o meno risibili, misurando i loro progressi ed invogliandoli alla sana competizione con format come i defunti Giochi della Gioventù, che hanno introdotto alla pratica agonistica generazioni di giovani e sono durati dal 1968 al 1996, con sparuti tentativi di rianimazione come nel 2007 e oggi sostituiti dai Campionati Studenteschi su base volontaria.
Non deve essere un alibi la mancanza di strutture adeguate, e non possiamo pensare che Federazioni, società o Enti di Promozione Sportiva possano sempre toglierci la castagne dal fuoco.

Certamente ci sono altri problemi da limare, come a livello macro la guida tecnica federale che evidentemente non sta dando i risultati previsti e a livello micro i costi che le famiglie non sempre si possono sobbarcare per avviare il pargolo all’agonismo, ma forse basterebbe solamente agitare in Italia lo spauracchio del taglio degli sprechi come si usa da qualche tempo in Gran Bretagna: se non vai a medaglia io non ti finanzio, detto in soldoni (si passi l’atroce gioco di parole).
Se fosse così anche da noi tremerebbero molti uffici del CONI mentre altri tirerebbero un sospiro di sollievo. Ma sarebbe ora che qualcuno spiegasse al movimento dell’atletica italiana – dirigenti, atleti, annessi e connessi – che ad alti livelli una frase come “l’importante è partecipare” suona come una astuta bugia ammantata di retorica. Magari colpendo dove fa più male, ovvero il portafoglio. Suona provocatorio, ma nel frattempo che attendiamo una seria rivalutazione del ruolo delle scuole nello sport…

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