Curry: “Io creativo come Messi di cui sono fan”. Poi avverte: “Record per arrivare freschi ai playoff”

Pubblicato il autore: Edoardo Evangelista

Golden State Warriors shooting guard Stephen Curry gestures against the Los Angeles Clippers during the first quarter of Game 6 of an opening-round NBA basketball playoff series in Oakland, Calif., Thursday, May 1, 2014. (AP Photo/Marcio Jose Sanchez)

E’ decisamente il momento di Stephen Curry, e lui se lo gode come solo i grandi campioni sanno fare, consapevoli della loro forza e a loro agio nell’assumere atteggiamenti da star. Così la stella dei Golden State Warriors e dell’intera NBA, si presenta in vena di fronte alla stampa nazionale ed internazionale per la conference call indetta per commentare con lui lo straordinario record di 16 vittorie in altrettante gare con cui la franchigia guidata da Steve Kerr ha aperto la stagione regolare. Nel mirino dei gialloblu, adesso, ci sono altri traguardi straordinari, come quello dei Chicago Bulls dell’era Jordan che nel 1995 chiusero con un clamoroso 72-10 prima di affrontare (e vincere) l’anello ai playoff. “Per noi è importante avere obiettivi tangibili. Nessuno ha parlato di questo record fino alla settimana scorsa, dopo che abbiamo vinto l’11ª o la 12ª partita – chiarisce la play-guard di Golden State -. Sappiamo bene che in NBA tutto può succedere, e che le squadre migliori sono quelle che si concentrano su ogni singola partita. Credo di essere stato quello che ha parlato di più delle 33 vittorie di fila, perché conosco un po’ la storia. Continueremo a giocare al massimo e speriamo di riuscire a battere quel record, anche se magari non cominceremo a parlarne fino alla 30° vittoria. Ma se non ci dovessimo riuscire non sarà affatto una delusione“, precisa Curry.

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Il leader dei Warriors sta giocando una pallacanestro su livelli se possibile ancora più straordinari di quanto già mostrato per tutto l’intero arco della scorsa stagione. Non sono solo i 32.9 punti di media a partita a spaventare la truppa di avversarie ad Ovest come ad Est, ma è l’ulteriore crescita nella capacità di decidere quando e come incidere nella gara ad impressionare maggiormente. Di qui il paragone con Leo Messi, autentico fenomeno del calcio dal fisico che in qualche misura, seppur con le debite proporzioni legate al differente sport, ricorda proprio Stephen Curry in quanto a talento individuale e differenza con gli altri colleghi. Un paragone che Curry predilige rispetto a quello diverso, ma altrettanto alto in termini di talento, con la stella della musica americana Michael Jackson: “Io sono il Messi della NBA o lui è il Curry del basket? Non lo so, ma di sicuro siamo entrambi dei creativi ogni volta che giochiamo. Io quando scendo in campo cerco di fare cose fantasiose, crossover ed essere il più imprevedibile possibile. E Messi fa lo stesso. Sono un suo grande fan, perché ogni volta che tocca palla sai che può succedere qualcosa di speciale. Mi incollo alla tv ogni volta che lo vedo”.

Golden State è l’indiscussa favorita all’anello anche quest’anno, una squadra in costante crescita che fa della profondità del roster una delle sue doti migliori. Curry, Thompson, Green (su di lui Curry afferma: “cerco di essere leader dando l’esempio, ma il vero spirito dei Warriors è Draymond Green“) e Iguodala costituiscono la colonna portante per coach Kerr, ed i nuovi si sono gradualmente inseriti al meglio: “Come squadra siamo più forti dello scorso anno: dobbiamo sfruttare questa partenza per toglierci in fretta dalla lotta per i piazzamenti playoff e arrivare più freschi possibili al primo turno. Abbiamo imparato però che contro di noi tutti danno il massimo, perché vogliono detronizzare i campioni. Questo ci deve spronare ad essere pronti per ogni singola partita, perché non possiamo aspettarci di presentarci in campo e vincere semplicemente perché siamo i Warriors. Dobbiamo conquistarci ogni vittoria, giocando lo stile di gioco che più ci si addice, quello che molti chiamano small ball. Sono certo che ci sono state altre squadre in passato che hanno giocato con questo stile, ma nessuno lo ha fatto con la nostra efficienza e vincendo quanto noi. Quello che facciamo è usare il nostro talento, il nostro atletismo, la nostra abilità al tiro e tutte i quintetti differenti che riusciamo a mettere in campo per vincere le partite. Coach Kerr e il suo staff lo scorso anno hanno creato un sistema di cui andiamo fieri, che funziona sia in attacco che in difesa. La filosofia non è cambiata: giocare alla morte ogni partita, con lo stile di gioco con cui siamo costruiti. Sappiamo che se lo facciamo succedono cose buone. Come vincere le prime 16 partite..”.

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Curry viene poi chiamato a svelare quale sia il suo segreto, se mai ce ne fosse uno. La famiglia è la risposta, a partire da quella splendida bambina (la piccola Riley) che negli scorsi playoff rubava puntualmente la scena con il suo precoce temperamento da stellina mediatica, frutto di una innata simpatia che siamo sicuri farà impazzire il suo papà. “Mia moglie e i miei figli sono il mio sistema di supporto. Non importa come gioco, so che loro sono sempre lì. E’ mia moglie quella che ha più responsabilità, visto che io tra partite e allenamenti sono sempre in giro. Ma averli mi aiuta a tenere le cose nella giusta prospettiva, mi ricorda che nella vita c’è molto di più del basket, ed è speciale riuscire a condividere con loro tutto quello che mi sta succedendo. E so quanto è importante per i miei figli che io divida la mia vita con loro, visto che mio padre ha giocato per 16 anni in Nba”, chiude con il ricordo di papà Curry.

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