NBA, salta la prima panchina: a Houston esonerato coach Kevin McHale

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

nba esonero mchale houstonSi sa: quando le cose non vanno, in qualsiasi sport è sempre l’allenatore che paga per tutti. Gli Houston Rockets, arrivati nello scorso giugno a sfidare i Golden State Warriors (poi divenuti campioni Nba) nella finale della western conference, si aspettavano ben altra musica in questo primo scorcio di regular season. Invece i “razzi” si sono dimostrati tutt’altro che tali: con un mesto record di quattro vittorie e sette sconfitte nelle prime undici tornate, oggi i texani si trovano ampiamente fuori dalla zona playoff. Di tempo per recuperare ce n’è, ma evidentemente per la dirigenza di Houston l’autorevolezza di Kevin McHale si è ormai esaurita: nella tarda mattinata all’ex stella dei Boston Celtics è stata infatti comunicata la decisione dell’esonero.

Record franchigia di vittorie. Il basket sa essere molto strano: con il 58,9% di successi, McHale è il tecnico più vittorioso della gloriosa storia dei Rockets. I biancorossi però in questo novembre sono spesso apparsi come la controfigura di se stessi: molli in difesa e pasticcioni in attacco. Della “durezza” che McHale sapeva esprimere sul parquet quando si metteva anelli al dito insieme a Larry Bird negli anni ’80, in questa squadra non ce n’è mai stata traccia dall’inizio delle operazioni di questo 2015/2016. Dunque, quello che pareva un matrimonio indistruttibile, oggi ha vissuto il suo epilogo.

Malumori in spogliatoio. La stampa texana, a poco più di un’ora dal tweet con cui Houston ha spesato McHale, è già partita con le varie tesi: secondo molti portali web il primo a volere il benservito per l’allenatore è stato proprio la stella dei Rockets, quel James Harden capitano del team USA agli ultimi mondiali che nei 4 successi stagionali ha viaggiato a quasi 39 punti di media ma, in verità, ha scheggiato  i ferri con un pessimo 26%da tre punti. Se a questo si aggiunge il continuo mal di pancia dell’altro big della rosa, il centro Dwight Howard (nella foto con McHale), il dado è tratto: il pivot ha più acciacchi di un sessantenne e spesso ci marcia, cosa che il coach non ha mai celato. Tra i due la love story non è mai decollata e quando si è venuta a creare l’occasione per dare man forte ad Harden nello spingere per il licenziamento, il poderoso Dwight si è accodato.

L’uomo in più non ha funzionato. Da anni si ripeteva una lagnosa filastrocca: “per puntare davvero all’anello Nba, a Houston serve un playmaker degno di tale nome”. In estate, la dirigenza aveva deciso finalmente di regalare a McHale un regista di spessore, prelevando da Denver quel Ty Lawson noto per arresti, guida in stato di ebbrezza e risse, ma giocatore dallo spessore indiscutibile. L’ex campione NCAA con North Carolina però in questo autunno è parso quasi rinunciatario, un “dilettante allo sbaraglio”, come il suo coach lo ha bollato dopo il nefasto ko contro i Boston Celtics (gara alla quale McHale teneva ovviamente in modo particolare). Dunque, quello che doveva essere l’uomo della marcia in più, finora a Houston non è ancora pervenuto ed anche questo aspetto ha influito e non poco sulla scelta di indicare la porta all’allenatore.

Ed ora? Stanotte tocca a Bickerstaff. Di tempo per rimuginare ce n’è poco: stanotte al Toyota Center arrivano i Portland Trail Blazers. Per il momento la panchina è stata affidata a JB Bickerstaff: il figlio del leggendario Bernie era il primo assistant coach di Kevin McHale. Il quale, dal canto suo, ha un contratto con su scritto 12 milioni di dollari per la stagione in corso: è palese che troppe follie i Rockets non possano permettersele. Se sarà il giovane JB a tenere il bastone del comando lo capiremo nelle prossime settimane, certo è che la stagione degli Houston Rockets è e rimane tutta in salita (piuttosto ripida, per giunta).

  •   
  •  
  •  
  •