La storia di Chris Paul: un cuore da mille galloni di verde

Pubblicato il autore: Gianluca Frontani

La bellissima e commovente storia di Chris Paul, che oggi domina l'NBA dal suo metro e ottanta di altezza, forse, o soprattutto, anche grazie al nonno.
“Ma quant’è buono l’odore della benzina sulle mani, dopo che l’hai messa?!?”

Non so quanti lo pensano in realtà, io sicuramente. Forse lo pensava anche anche Nathaniel Jones.  Nath dal ’64 gestiva una pompa di benzina nel North Carolina: la Jones Chevron Gas Station, ovvero la prima stazione gestita da un afroamericano nella storia di questo stato, fondatore dell’Unione, e quindi ex-schiavista. Nath era anche chiamato Papa Chilly, ed era una delle persone più rispettate del luogo, in parte perchè era un pioniere, in parte invece perchè aveva un grande cuore, aritmico ma gigante: spesso i suoi clienti non avevano tutti i dollari per la senza piombo, ma Papa chiudeva un occhio, e non chiedeva mai il giorno dopo. Raramente tornavano in tasca quei dollari.

Nath aveva due grandi passioni: la prima era la squadra più tifata d’America, i Dallas Cowboys, l’altra era la North Carolina basket, college storico nel quale giocò anche Michael Jordan. Ma tra tutti, il più grande amore di Papa Chilly, ricambiato a piene mani tra l’altro, era il suo giovane collega, nonché nipote. Al secolo: Chris Emmanuel Paul. Per il nonno semplicemente Chris.

Chris era l’unico motivo per cui Nath poteva estraniarsi dal lavoro che tanto amava. Aveva montato per lui un canestro, dove il nipote iniziò a prendere confidenza con la palla a spicchi, e, qualche anno più avanti ,tutti i venerdì, la pompa si chiudeva un ora prima: giocava West Forsyth, l’high school dove Chris iniziava a farsi notare dagli osservatori dei college. E senza dubbio, il sogno bagnato del nostro caro Papa Chilly era quello di vedere suo nipote con la maglia dei Tar Heels, proprio come Jordan.

Paul con la maglia di West Forsyth, la sua high school

Un giorno, a vedere il giovane Paul, venne Matt Doherty, allora coach della University of North Carolina. Chris diede tutto in campo, voleva realizzare il sogno del nonno, e tutto sommato non doveva essere poi così male indossare la maglia dai colori del cielo. Partita strepitosa del giovane nipote di Chilly, ma niente: “sei troppo piccolo ragazzo (era 170 cm allora), mi dispiace”.

Chris segnava 25 di media con 5 assist e altrettante steals a partita, e il “povero” Doherty andò a focalizzarsi sull’altezza…se su una rivista leggi il nome di  Van Gogh pensi all’orecchio, o a “la notte stellata?”.

Di scherzi, il destino, ne fa a migliaia. Da ora in poi, nella storia di Chris e Papa Chilly ce ne saranno due. Il primo: dopo quell’incontro con il coach di UNC, il piccolo Paul cresce di 13 centimetri in tre mesi. Quando Doherty lo viene a sapere torna, questa volta con ben altre intenzioni. Ma l’orgoglio del giovane Chris è di gran lunga più alto della sua media statura. Ciao ciao Tar Heels, e anche Papà Chilly fu d’accordo.

Il secondo è meno piacevole, molto meno piacevole.

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È il 15 novembre del 2002. Nath chiude la pompa, e si incammina verso casa. Era disarmato ed evidentemente impotente, ma cinque ragazzi gli teserò un agguato, era evidente volessero l’incasso della giornata: un colpo per stordirlo un po’, poi gli legarono le mani e infine il classico nastro adesivo per evitare urla. Ma di urla non ce ne furono, il cuore del buon Papà Chilly, gigante e aritmico, non pulsò più, aveva 61 anni.

Due giorni dopo, come ogni venerdì, Chris doveva scendere in campo. Non aveva molte forze,  tuttavia doveva onorare una scommessa fatta con zia Rhonda, sorella della madre, figlia dell’amato nonno: “farò tanti punti quanti erano gli anni di nonno”.

Credo fosse il solo modo con cui Chris Paul pensava di poter ricordare Nathaniel Jones.

Chi è vicino all’ormai fenomeno della NBA Chris Paul dice: “ricorda ogni singola partita che ha giocato nella sua vita alla perfezione, tutte, quarto per quarto. Tutte tranne una”.

Quando gli si parla della partita del 17 novembre del 2002, contro Parkland High School, Chris ha molta nebbia tra i ricordi.

Ci sono tuttavia dei video che testimoniano il tutto (per gli appassionati, potete trovarli anche su youtube).

Chris era a 32 punti all’intervallo, e a 59 quando mancavano poco più di due minuti alla fine.

Palla in mano, attacca a sinistra, crossover, chiude il palleggio e arcobaleno dal centro, il difensore è in ritardo, la retina fa il dolce rumore del fiume che scorre. Canestro e fallo. E sono 61. Ma c’è un tiro libero ancora.

Chris si presenta in lunetta, ma non effettua il suo solito rituale, lancia il pallone che finisce a 3 metri dal ferro e si fionda in panchina verso le braccia del padre, in lacrime. La scommessa con la zia era vinta.
Lo scorso anno CP3 è tornato a Wake Forest, l’università per cui giocò negli anni successivi a quella memorabile partita, prima di approdare in NBA ed essere considerato da tutti tra i primi 3 playmaker della lega.

In quell’incontro con i giovani studenti dell’università, Chris, ha provato a raccontare questa storia, ma dopo poco le lacrime hanno nuovamente preso il sopravvento. Lacrime sincere, che odorano di senza piombo, come le mani di Papà Chilly, come il cuore di CP3.

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