NBA Rising Stars: Will Barton

Pubblicato il autore: Guido Vaccarini Segui

Will Barton

Will Barton

Terzo appuntamento con la nostra rubrica dedicata ai giocatori che – contro ogni pronostico – si stanno mettendo in mostra sui parquet NBA. Se si tratta soltanto di fuochi di paglia saranno il tempo e il campo a dirlo ma a noi piace pensare che questo per loro sia soltanto l’inizio. Nella puntata di oggi faremo la conoscenza di un giocatore che sta letteralmente elettrizzando i tifosi dei Denver Nuggets, insieme al nostro Danilo Gallinari una delle Pepite più brillanti in questo scorcio di stagione non così felice per la franchigia del Colorado: Will “The Thrill” Barton. Un concentrato di energia e istinto puro difficile da inquadrare in un gioco ordinato regolato da rigidi schemi, uno su cui in pochi avrebbero scommesso un centesimo in ottica NBA ma che adesso rischia di far saltare il banco, proponendosi come uno dei candidati più autorevoli per il premi di Most Improved Player e Sesto Uomo dell’Anno.

I primi anni
William Denard Barton – o più semplicemente Will – è nato a Baltimora il 6 gennaio 1991. Cresciuto da una madre single, già da piccolo e fino agli anni dell’adolescenza Barton ha dovuto occuparsi dei due fratelli più piccoli: Antonio e Shareena. Costretto dalle circostanze ad un vita non delle più facili, il piccolo Will ha trovato nel basket una valvola di sfogo e contemporaneamente un’occasione di riscatto. Dotato da Madre Natura di un talento non comune, Will Barton si è presto fatto notare pur vivendo una carriera a livello di high school a dir poco travagliata: sono state infatti ben 4 le scuole frequentate nel giro di 5 anni. Trascorso un biennio al City College High di Baltimora, Barton si è poi trasferito in Maryland alla National Christian Academy dove ha ripetuto la stagione da sophomore. L’anno successivo ha fatto il percorso inverso, tornando a Baltimora per frequentare la Lake Clifton Eastern High School. Qui ha chiuso l’annata con medie di 18.7 punti, 10.2 rimbalzi e 4.4 assist, aiutando la squadra nella conquista del titolo statale 3A col record perfetto di 28-0. Prima dell’anno da senior Will Barton si è trasferito di nuovo, stavolta alla Brewster Academy. Con una stagione da 20.8 punti a partita, Will ha trascinato la squadra alla vittoria del National Prep Championship e del titolo della New England Preparatory School Athletic Conference Class A, prima ed unica scuola a riuscire nell’impresa. A fine anno sono poi arrivati gli inviti per il Jordan Brand Classic al Madison Square Garden di New York e il Nike Hoops Summit a Portland. Prestazioni di tale spessore non sono passate di certo inosservate ed infatti Barton nei vari rating nazionali veniva considerato come uno dei primi 10 prospetti usciti quell’anno dalle high school e per alcuni la migliore guardia tiratrice in assoluto.

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Il passaggio al college: University of Memphis
Corteggiato da alcuni dei migliori college degli Stati Uniti, Will Barton alla fine si è fatto convincere dal progetto di Josh Pastner alla University of Memphis, rifiutando le offerte di Arizona, Maryland, Kentucky, Indiana e Villanova. Dopo aver conquistato quasi subito il posto in quintetto, Barton ha chiuso l’anno da freshman con 12.3 punti, 4.9 rimbalzi e 2.8 assist, risultando pure il giocatore maggiormente utilizzato tra i Tigers, con 30.6 minuti a partita. La stagione 2011-12 è stata quella della consacrazione per Will Barton a livello collegiale: i Tigers hanno infatti chiuso l’annata con un record di 26-9, arrivando al 2° turno del torneo NCAA, dopo aver trionfato nella Conference USA di cui “The Thrill” è stato nominato MVP. Per lui 18.0 punti, 8.0 rimbalzi, 2.8 assist e 1.4 recuperi per allacciata di scarpe.

Il difficile impatto con la NBA: Portland Trail Blazers
Alla fine della stagione da sophomore per Will Barton è arrivato il momento delle decisioni importanti: visti i buoni risultati e i riconoscimenti ottenuti a livello collegiale, il talento di Baltimora riteneva di essere pronto per il grande salto tra i professionisti e si è quindi dichiarato eleggibile per il Draft NBA 2012. Peccato però che gli scout non lo ritenessero poi così pronto, deludendo in parte le sue aspettative: uno swingman come Barton, poco tiratore per giocare guardia e con troppo poco fisico per essere schierato da ala, rischiava di non avere un’identità oltre che una collocazione in campo sufficientemente definite in ottica NBA, motivo per cui il nostro ha dovuto attendere la 40esima chiamata per sentire pronunciare il suo nome. Parte alta del 2° giro, quando il Commissioner David Stern aveva già abbandonato da un po’ il suo posto sul palco e i fuochi di artificio di maggiore impatto mediatico erano già alle spalle da un pezzo: non certo quello che ci si sarebbe aspettati per uno dei migliori prospetti d’America. Scelto dai Portland Trail Blazers, una squadra già ben coperta nelle posizioni che Barton avrebbe potuto occupare in campo. La sua stagione da rookie di conseguenza si è rivelata piuttosto avara di soddisfazioni: dopo mesi trascorsi a scaldare la panchina e una parentesi poco convincente in prestito agli Idaho Stampede della NBDL, i pochi segnali incoraggianti sono arrivati soltanto nelle ultime 2 settimane di regular season, a stagione già ampiamente compromessa. Per Will Barton 5 delle ultime 6 partite in doppia cifra, con 5 partenze in quintetto e l’apice raggiunto il 7 aprile con 22 punti e 13 rimbalzi nella sconfitta con i Lakers. La stagione 2013-14 si è rivelata ancora più difficile per Barton: solo 4.0 punti e 1.8 rimbalzi di media in poco più di 9 minuti giocati a partita, uniche soddisfazioni il 26 febbraio con 20 punti e 11 rimbalzi contro Brooklyn e il 16 aprile con 23 punti e 13 rimbalzi nella vittoria contro i Clippers.

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L’occasione per il rilancio: Denver Nuggets
L’anno successivo è iniziato sulla stessa falsariga: in una squadra in forte ascesa, c’era sempre meno spazio per un giocatore senza ruolo come Will Barton e i 3.0 punti a partita conditi da appena 1.1 rimbalzi ne sono la testimonianza. Ma proprio quando sembrava davvero vicino per lui il momento in cui far calare il sipario sulle ambizioni NBA è arrivato uno di quei treni che passano una sola volta nella vita: il 19 febbraio 2015 – ultimo giorno di mercato – è stato ceduto ai Denver Nuggets insieme a Victor Claver, Thomas Robinson ed una 1^ scelta per il Draft 2016 in cambio di Arron Afflalo e Alonzo Gee. Con le Pepite per Barton è stato come iniziare una nuova vita: più tempo su parquet, maggiore fiducia in sé stesso e da parte dell’ambiente, nuovo ruolo da arma tattica e prestazioni che sono migliorate in maniera esponenziale. Nello scampolo di stagione trascorso in Colorado ha messo insieme 11.0 punti, 4.6 rimbalzi e 1.9 assist di media con una memorabile prestazione in casa dei New Orleans Pelicans: 47 minuti in campo con il career-high di 25 punti, 9 rimbalzi, 3 assist, 3 recuperi e alcuni canestri decisivi per la vittoria dei suoi.

Will Barton
Con le sue prestazioni Will Barton si è guadagnato un nuovo contratto pluriennale e nella off-season ha lavorato molto duramente per farsi trovare pronto fin dall’inizio della nuova stagione. Tutto questo impegno gli ha permesso di trovare una nuova dimensione per il proprio gioco e i risultati si sono visti. Career-high portato a 26 punti nella partita del 13 novembre contro Houston; 19 punti e 12 rimbalzi il giorno dopo contro Phoenix; asticella sollevata a quota 32 punti, conditi da 10 rimbalzi e 6 assist il 20 dicembre ancora contro i Pelicans; 29 e 31 punti in due partite consecutive contro Cleveland e Portland alla fine dello stesso mese; 21 punti, 13 rimbalzi e 7 assist il 2 gennaio contro i Golden State Warriors. Tanto è bastato per dimostrare anche ai più scettici che uno come Barton, un concentrato di energia e istinto puro difficile da inquadrare in un gioco ordinato regolato da rigidi schemi, può avere diritto al suo posticino al sole.

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Prospettive
Arrivato in NBA ancora acerbo e senza un’identità ben definita, Will Barton all’inizio era un giocatore non facilmente collocabile sul parquet: troppo poco minaccioso nel tiro da fuori per impensierire le guardie avversarie, troppo basso e “smilzo” per competere con le ali meglio piazzate fisicamente. Ingabbiato in un gioco basato su schemi precisi e granitici, non è mai stato in grado di far vedere appieno il suo potenziale. Arrivato a Denver, è stato lasciato finalmente libero di esprimersi seguendo il proprio istinto per il gioco. Barton è un giocatore atipico, pur così leggero non ha mai esitato ad attaccare il ferro: i suoi tiri fuori equilibrio, scagliati da posizioni improbabili, con il baricentro non in asse, dopo finte o contorsioni assurde sono diventati proverbiali. Il modo in cui parte in palleggio, avvia i pick and roll, si incunea verso il canestro avversario fa forse storcere il naso ai puristi ma si rivela spesso efficace. A tutto questo ha aggiunto una nuova dimensione: il gran lavoro fatto in estate gli ha permesso di mettere su un più che affidabile tiro da 3: in pochi mesi è passato da un mediocre 27% ad un più significativo 38% e gli avversari non possono più permettersi di battezzarlo, lasciandogli un metro di spazio. Certo, i difetti non mancano: nella propria metà campo difende più sulla palla che sull’uomo e in fase offensiva è ancora carente nel mid-range. Ma si tratta di un uomo – prima ancora che giocatore – che non si è mai fatto spaventare dalle difficoltà o dai pronostici avversi e siamo sicuri che adesso che ha finalmente raggiunto il suo posticino al sole lo difenderà con le unghie e con i denti.

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