La storia di Danilo Gallinari – Parte 1 – dalla culla alla NBA

Pubblicato il autore: Gianluca Frontani Segui


“Take a look at this DVD, man!

l’accento è quello di chi è nato ed ha passato gran parte della sua vita nella grande mela. Sul dvd c’è, in copertina, un bianco, con una divisa bianca e verde, ed il numero 33.
“if you work hard, maybe, you will play like Larry, one day”
A parlare è Donnie Walsh, ad ascoltarlo, il “nostro” Danilo Gallinari. La data è il 26 giugno 2008. Meno di 20 anni, appena chiamato con la numero 6 in un draft NBA, e senti il tuo GM che ti associa al più grande cestista non di colore della storia di quella lega. Qualche sguardo al passato devi darlo per forza, perché ora sei lì, dove non ci arrivano in pochi, ma in pochissimi.

C’è un paese, che conta circa un miliardo di abitanti, dove le coppie studiano posizioni e momenti sessuali affinché il loro figlio nasca nell’anno del drago (che cade ogni 12 anni circa). 1988, anno del drago, la signora Marilisa (ex-sprinter dell’atletica leggera a livello giovanile) ed il signor Vittorio Gallinari (giocatore professionista di basket) sono in ospedale: è nato il loro primogenito, Danilo, il tutto, senza complicati calcoli. L’anno, come detto, è quello del drago; la data, ripetitiva, assume ancora più importanza nella cultura astrologica orientale: 08/08/88. L’otto è, secondo una tradizione geomantica basata sul feng shui e sul lo shu, numero di buon auspicio, che assicura prosperità e fortuna:  l’8/8/1988,  migliaia di persone corsero a sposarsi o a concludere affari in sospeso; le olimpiadi di Pechino sono iniziate 8/8/08, alle 8 e 8 minuti. Forse Pitagora aveva ragione, si regge tutto sui numeri. O forse su talento e dedizione. La cosa certa è che il numero 8 sarà, scontato, il numero sulla canotta di quel bambino appena nato.
Danilo nasce, dunque, in una data che promette un fato fausto, a Sant’Angelo Lodigiano, in provincia di Lodi, terra natale di Santa Francesca Cabrini, la patrona degli emigranti, che, naturalizzata americana, fu la prima di tale cittadinanza a divenire una santa. Facciamo che se il Gallo diventa il primo italiano a giocare un all star game siamo pari? Ok, facciamo così.
La data c’è, il luogo anche ed il sangue pure: papà Vittorio è pluricampione italiano con la maglia dell’Olimpia Milano, dove gioca con un certo Mike D’Antoni, che ritornerà nella storia del Gallo jr..
I tasselli sono tutti a loro posto, ma per arrivare dov’è ora il nuovo stallone italiano (facilmente, tra l’altro, si è conquistato questa etichetta negli states visto che gallo si può cock, e sulle varie traduzioni di quest’ultima, sorvoliamo) ci vuole una certa qual dose di sacrificio e sudore.

Per seguire il padre passa i suoi primi tre anni di vita a Bologna (dove Vittorio viene chiamato da Dan Peterson, suo coach a Milano e ora GM a Bologna) poi uno a Verona, quindi un biennio a Livorno; dopodichè papà Vittorio tornerà a giocare nei pressi di “casa”, nelle minors italiane, con il Casalpusterlengo.
Danilo non è diverso dal padre in quanto a passione e determinazione e, fin dalla giovane età, continua quest’onda nomade: Lodi, Pavia, Livorno, Casalpusterlengo e Milano, prima di seguire le orme della santa patrona e volare laddove sventola una bandiera a stelle e strisce.
Fin dalla più tenera età il suo tiro si lascia guardare: un rilascio pulito, educato, di seta per uno, oltretutto, mediamente più alto degli altri. Anno di grazia 2001, partita Bam Open contro Cantù (rivale di una vita per un milanese doc), al Pianella. Primo pallone toccato da  Danilo, siamo a 6 metri e mezzo abbondanti dal canestro. Lo guarda. Bum. 3 punti. Fate due calcoli: si, aveva 13 anni. La metà campo offensiva non sarà mai un problema per il Gallo.
Peterson prende spesso in giro Vittorio, che si esprimeva al meglio quando il pallone ce l’avevano gli altri: “bisogna fare il test del DNA qui è?!”

Danilo Gallinari con la maglia di Casalpusterlengo

Danilo Gallinari con la maglia di Casalpusterlengo

 

L’esordio in un campionato di prima fascia (B1) risale al 2004, con la maglia di Casalpusterlengo, con cui ha ottenuto la promozione l’anno precedente. Gli scout di mezza Europa iniziano a girare la testa, capiscono che c’è qualcosa di molto interessante da guardare. Viene prelevato da Milano nel 2005, che lo gira in prestito a Pavia, dove vince il titolo di miglior italiano della leguadue, a 17 anni, nonostante il primo, e, ahi noi, non ultimo, infortunio della sua carriera.

Nel 2006 arriva la maggiore età e l’esordio in serie A1.
Siamo in ritiro. In panchina c’è Sasha Djordjevic, alle prime armi come coach  ma idolo indiscusso di tanti tifosi italiani e non, per quello che ha espresso sul parquet da giocatore. Sasha chiede: “Ragazzi, quali sono i vostri obiettivi personali quest’anno?”, le risposte sono le solite: migliorare in quella situazione, disputare una buona stagione, e così via. Poi arriva il turno di Danilo, il più giovane: “Voglio migliorare, imparare ad essere un esempio per tutti dentro e fuori il campo; e voglio essere un orgoglio per la mia famiglia”. No, non è il classico minorenne nostrano.

Chiude la prima stagione con 11 punti di media, nella seconda, su 36 partite, mai andrà sotto quella soglia di punti, e verrà eletto MVP del nostro campionato. Ad ogni partita è presente un qualche scout d’oltreoceano: rimangono allibiti si dal potenziale, ma soprattutto da come gli americani della squadra lo rispettano. Chapeau. Siamo pronti per la lega più bella del mondo, siamo pronti per la NBA. Il draft, manco a dirlo, è quello del 2008.

“And with the sixth pick of two thousand and eight NBA draft, the New York Knicks select: Danilo Gallinari” (Il nome col dovuto accento d’oltreoceano).
E giù  fischi. Tifosi dei Knicks che buttano a terra i cappelli della loro squadra e li calpestano. Dio perdonali perchè non sanno quel che fanno, o meglio, non sanno quanto è forte Danilo.

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La prossima settimana su Supernews  la seconda parte della storia di Danilo Gallinari, le annate NBA e le avventure con la maglia azzurra.

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