La storia di Emiliano Poddi: dal basket alla penna

Pubblicato il autore: Paolo Bellosta Segui

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Emiliano Poddi
è un ex cestista brindisino, lo scorso mese è uscito il suo secondo romanzo: Le Vittorie Imperfette: il testo racconta la drammatica Finale Olimpica di Basket del 1972, con la vittoria dell’URSS sugli USA. Ecco il testo dell’intervista a Poddi, l’esclusiva appartiene al sito nba religion.


Il basket per te ha avuto un ruolo formativo fondamentale: parlaci dei tuoi trascorsi cestistici.

 Fin da piccolo il basket mi ha investito come un’overdose. Ricordo, invece, quando – a 8, 9 anni – i miei genitori mi fecero assistere all’allenamento di una squadra di professionisti: mi è rimasto impresso, in particolare, il modo in cui i giocatori si divertivano in campo. Da lì in avanti ho deciso di dedicarmi al basket: ho fatto tutta la trafila delle Giovanili, ho disputato i Campionati Nazionali Cadetti e Juniores con la maglia di Brindisi; di lì a breve ho esordito in B1 come terzo playmaker. Poi ho subito un bruttissimo infortunio al ginocchio nel 2000, uscire definitivamente dal rettangolo di gioco può essere un vero dramma.

È uscito il tuo nuovo romanzo: Le Vittorie Imperfette. Come il tuo esordio (Tre Volte Invano) è un libro che parla di pallacanestro. Secondo Poddi, perché il basket ha una forza narrativa così dirompente?

Avendo dovuto chiudere la mia carriera prima del previsto, ho trovato naturale “continuare a giocare” scrivendo di basket. Con Le Vittorie Imperfette, però, m’interessava parlare di tempo. Di un tempo che scorre all’indietro e che sembra limitato.

Il tuo romanzo, come il basket, vive di contrapposizioni. Kevin Joyce (l’eroe mancato della rimonta americana) contro Saša Bjelov (l’autore del tiro decisivo per l’URSS); vita contro morte; sconfitta contro vittoria. Nella pallacanestro, come nella letteratura e nella vita, le vittorie sono sempre imperfette?

Chi intraprende una carriera sportiva deve avere una qualche inconfessata forma di attrazione per la sofferenza. Le storie degli sportivi più vincenti di sempre sono piene di sconfitte, brucianti e dolorose. Anche nella vittoria c’è qualcosa di non concluso, non è un punto d’arrivo: ti tocca ogni tanto, ti regala una gioia effimera; è un’emozione reale e intensa ma destinata a deperire. Il personaggio- continua Poddi- che incarna questo concetto nel romanzo è Saša, che vive sulla propria pelle il destino degli eroi russi: una drammatica “fall from grace”, dopo aver toccato con mano la gloria.

Come ci si approccia a uno snodo così importante della storia sportiva (e della storia in senso lato)?

Non sono uno storico, non sono russo o americano e all’epoca dei fatti raccontati nel romanzo non ero ancora nato. Potrebbero sembrare problemi insormontabili, non lo sono se si riesce a trovare un’ottica personale per raccontare un evento così lontano nel tempo e nello spazio. Lo sport ha il potere di condensare sequenze di avvenimenti, durate anni o decenni, in un lasso temporale limitato.

Come ci si approccia a uno snodo così importante della storia sportiva (e della storia in senso lato)? Cosa ci può dire a riguardo, Poddi?

Non sono uno storico, non sono russo o americano e all’epoca dei fatti raccontati nel romanzo non ero ancora nato. Potrebbero sembrare problemi insormontabili, non lo sono se si riesce a trovare un’ottica personale per raccontare un evento così lontano nel tempo e nello spazio. Lo sport ha il potere di condensare sequenze di avvenimenti, durate anni o decenni, in un lasso temporale limitato.

A proposito di media: secondo Poddi, quanto c’è di vero e quanto di costruito nel basket contemporaneo?

Si sono moltiplicate le occasioni in cui i giocatori possono fare narrazione di sé. Il campo rimane il luogo d’espressione principale, ma social network e tv hanno ormai un peso comparabile. È come se il lavoro di cestista, ad alti livelli, si fosse sdoppiato: devi contemporaneamente riuscire a dare il massimo mentre giochi e saper raccontare te stesso quando esci dal campo. La rappresentazione di sé non mi sembra un male in senso lato: l’importante è non confondersi e non pensare che lo sport si esaurisca lì. Questo processo di mediatizzazione, conclude Poddi, è in atto da decenni: le Olimpiadi del ’72, ad esempio, sono state le prime veramente televisive.

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