NBA: Curry, gli haters e quel record non superabile oscurato dal “Kobe Day”

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

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“San Kobe”.
Il 13 aprile nella Nba rischia di diventare un giorno da colorare in rosso sul calendario. Il fiabesco commiato dal basket giocato di una figura messianica come Bryant ha levigato col punteruolo atri e ventricoli degli appassionati di pallacanestro a ogni latitudine. Giusto così: si chiude con la cera lacca la vita sportiva di un uomo la cui love story con il gioco mai aveva avuto connotati così compulsivi. La notte tutta lustrini e paillettes dello Staples Center, dove le quintalate di glamour hanno preso il sopravvento sul match (gli Utah Jazz sono arrivati alla palla a due spacciati in ottica playoff), ha segnato un’altra impresa: “divorare” un traguardo che rivoluzionerà (in chiave copernicana) la palla a spicchi per sempre. Mentre il mondo faceva il suo inchino a Kobe, a 370 km dalla città degli angeli (direzione nord), Steph Curry passeggiava sul relitto dei Memphis Grizzlies mettendo nel pallottoliere la vittoria stagionale n°73 dei suoi Golden State Warriors. Un numero fantasmagorico, impensabile anche per l’ultrà più oltranzista del piccolo scugnizzo re della Bay Area.

In un silenzio tombale, tanto è stato il giubilo sul Black Mamba. Eppure due cose vanno dette su Curry. Non solo mai nessuno come lui (e come loro). Non solo, dopo 20 anni, il 28enne figlio del cecchino Dell ha sgretolato il primato che apparteneva a sua divinità Michael Jordan e ai mirabili Chicago Bulls plasmati dal maestro Zen. C’è una cosa che fischia negli orecchi degli addetti ai lavori della galassia cestistica: la sensazione che questo record non è battibile. Il primo a dirlo è stato proprio il nocchiero dei Warriors Steve Kerr, che in quel 1996 giocava alla destra del padre (Jordan) in quei Bulls titanici. “Nessuno potrà spingersi oltre”. Vero, anzi verissimo: superare la soglia dei  73 referti buoni su 82 gare sarà impossibile anche per un team di avatar creati alla PlayStation. Una valico insormontabile, che fotografa ancora di più l’annata al limite della perfezione di Steph Curry e dei Golden State Warriors (tutti).

Quindi lodi, statue, arazzi e osanna a Kobe Bryant, dio del basket del terzo millennio. Attenzione però: l’impatto di Steph Curry ha una portata rivoluzionaria mai vista da quando la Nba è un carrozzone planetario. Il playmaker uscito nel 2009 da Davidson University sta traghettando il basket nell’era post-moderna: come se non bastasse, stanotte ha demolito il muro delle 400 triple stagionali, chiudendo la sua marziana regular season a quota 402. Altro record che (forse) solo lui stesso può affondare.

Eppure, gli “haters” di Curry si moltiplicano giorno dopo giorno. Mak Jackson, coach dei Warriors fino al 2014 e ora  super- talent alla Bergomi in tv, continua a insistere: “Con il loro corri e tira questi Warriors stanno rovinando il gioco”. Forse rosica perché con lui (che li faceva andare a due all’ora) le prendevano, ma ci pare una sparata delirante. Charles Barkley, anch’egli di casa nei salotti televisivi baskettari, dice che “Curry domina perché la Nba di oggi è soft”. Ok, ma quando un giocatore devi iniziarlo a pressare a 10 metri dal canestro, per essere duri e asfissianti bisogna affidarsi alla robotica. Gary Payton, altro big degli anni ’90, è pure più sibillino: “Marcato da me sarebbe rimasto intorno al 10% del campo fisso”. Sì, anche mio nonno avesse avuto quattro ruote sarebbe stato un mini-van. Quello con più vetriolo però è Scottie Pippen: “I nostri Bulls del ’96 avrebbero travolto questi Warriors 4-0”. Facile menata, sapendo che la controprova non la avremo mai.

Primo punto: Curry nella Nba è primo per punti (30,1 a gara) e palle rubate (2,1). Smista quasi 7 assist a partita e arpiona 5,7 rimbalzi. Ma ci sono cose che i numeri non favellano: con un arco di tiro sterminato, l’MVP praticamente certo della Lega crea autentiche praterie per i compagni. Secondo punto: tutti si stropicciano le cornee per le magie che Curry sa fare con la palla, ma senza di essa è ancor più intelligente. Sa sempre quale spazio riempire e trovarlo diventa un gioco da ragazzi (anche per mani “agresti” come quelle di Varejao o Speights). Terzo e ultimo punto: Curry coinvolge tutta la squadra, incita, si dimena, tranquillizza, impedisce cessioni (vedi l’alterno Bogut) e facilita il lavoro di coach Kerr, che infatti è l’unico tecnico della Nba che ruota tutti i 12 “fanti” del suo roster.

La cosa più significativa l’ha detta Ettore Messina in un’intervista a Repubblica: “contro i Warriors di Curry quando sei sopra di 8 punti sai che ti possono riprendere in 8 secondi, ma quando sei sotto di 8 punti sembrano 20 perché non li riprendi mai”. Chiaro no? Bene, ora possiamo tornare a imboccarci il miele l’un l’altro per l’addio di Kobe.

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