NBA, rookie: annata d’oro. Towns il migliore, Jokic la sorpresa

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

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Diciamocelo: le ultime stagioni nella Nba sono state infauste in tema di “matricole”. Il draft del 2013, con in testa il “panzer” canadese Anthony Bennett scelto al numero uno da Cleveland e già archiviato come uno dei più grandi “bidoni” mai visti sui parquet del basket pro, è ormai considerato uno dei peggiori in termini assoluti. Quello del 2014, invece, risulta ancora indecifrabile: eccezion fatta per l’all around (anch’egli canadese) Andrew Wiggins, sempre più a suo agio in canotta Wolves, c’è ancora da capire quale potrà essere il reale ruolo dei vari Jabari Parker, Aaron Gordon, Marcus Smart, per non parlare di Joel Embiid (che a Phila non ha ancora disputato nemmeno una partita a causa dei legamenti d’argilla). Così, il materiale umano uscito dal draft 2015 viene letteralmente etichettato come “manna dal cielo”: la regular season appena mandata sugli scaffali della storia Nba ha sancito il ritorno dei “novellini” come attori protagonisti. Per analizzare l’annata dei rookie c’è un dato che la fotografa a puntino: tutti i primi 13 chiamati al draft dello scorso giugno si sono conquistati (chi più chi meno) un posto stabile in rotazione. Non sono mancate però le note liete anche tra i giovani con meno pedigree: si pensi a Rondae Hollis-Jefferson, barlume di luce nel buio pesto dei Booklyn Nets, o ai pimpanti Josh Richardson (Miami) e Norman Powell (Toronto), scelti al secondo giro e ora pedine pregiate nello scacchiere delle loro rispettive squadre. Dei “guys” al primo anno l’unico uomo-franchigia fatto e finito è senza dubbio Karl Anthony Towns (foto): l’ex Kentucky è fuori categoria per gli altri. Molti dei quali però, se non sono rubricabili come stelle, lo potranno diventare presto. Ecco il ranking delle migliori matricole.

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1) Karl Anthony Towns (Minnesota Timberwolves): il migliore. Solo un colpo di sole generalizzato degli addetti ai lavori chiamati a votare può togliergli il premio di “Rookie of the Year”: in una Nba che sembra voler far meno dei centri puri, lui rappresenta un abbagliante raggio di sole (vale già ora i primi 5-6 del ruolo). E’ la pietra angolare dei nuovi Wolves: 18,3 punti, 10,2 rimbalzi e quasi due stoppate a uscita sono già numeri da big. E gioca col piglio (e con la testa) del veterano.

2) Kristaps Porzingis (New York Knicks): incantevole. Al fenicottero lettone va dato un merito: aver portato letizia nell’atmosfera iper-depressa del Garden e dei Knicks. Un problema alla spalla lo ha tolto di mezzo nel finale di stagione, ma il nuovo padrone di Manhattan è lui. Le cifre (14,3 punti e 7,3 rimbalzi) risentono del “rookie wall”, il calo fisiologico arrivato dai primi di febbraio. Sta di fatto che la sua lieve flessione ha tolto ogni velleità di post season ai Knicks, e qualcosa vuol pur dire.

3) Devin Booker (Phoenix Suns): mortifero. Dopo i primi due mesi in sordina, dall’inizio dell’anno è letteralmente esploso. L’infortunio a Bledsoe, poi ha fatto il resto: 13,8 punti e una capacità di colpire dall’arco da fromboliere puro. E’ stato il più giovane di tutta la Lega a scendere in campo: magari non diventerà un nuovo Klay Thompson (molti lo paragonano), ma un eccelso “faro” offensivo in appoggio a un top player sì.

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4) Nikola Jokic (Denver Nuggets): la sorpresa. Nella Mile High City si aspettavano tutti il bosniaco Jusuf Nurkic, invece è spuntato questo ventenne serbo scelto col n°41 al draft del 2014 ma approdato tra i pro un anno più tardi. Nell’annata di alti e bassi di Denver, una rivelazione: i 10 punti e 7 rimbalzi di media dicono poco della presenza in vernice del lungagnone di Sombor in termini di intensità. E ha ancora margine.

5) Jahlil Okafor (Philadelphia 76ers): la (mezza) delusione. Allora: per cifre varrebbe il secondo posto dietro Towns: 17,5 punti e 7 rimbalzi non sono robetta. Nel plus/minus però le cose cambiano: l’ex campione NCAA con Duke si mette troppo spesso in proprio e talvolta appare troppo indolente. Non ineccepibile nemmeno fuori dal campo, sarà un sorvegliato speciale: se Embiid si palesa e bene, D’Antoni ha lasciato capire che Okafor potrebbe non essere così intoccabile.

6) Myles Turner (Indiana Pacers): reattivissimo. Peccato per un infortunio che gli ha troncato in due l’annata: preso alla 11 come Booker (alla 13) appare un mezzo furto. L’ambiente di Indianapolis è ideale per lui, e anche ai playoff lo sta dimostrando. Lungo moderno e dinamico, ha tutto per crescere ancora.

7) Emmanuel Mudiay (Denver Nuggets): metronomo. Ha già in mano le chiavi dei Nuggets, anche se un anno fa ce se lo aspettavano tutti “meno controllato”. I 12,8 punti e 5,5 assist a gara ne fanno già un play affidabile, ma per tornare ai playoff il prossimo anno coach Malone gli chiederà di più. Molto di più.

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8) D’Angelo Russell (Los Angeles Lakers): controverso. Non fosse per i numeri discreti (13,2 e 112 triple a bersaglio), lo avremmo messo più indietro. Ha risentito dell’annata surreale dei gialloviola al commiato da Kobe, e il sexy-gate che lo ha visto triste protagonista opposto a Nick Young non lo ha facilitato. Alla fine rimarrà, e già a ottobre verrà atteso al varco: da una chiamata n° 2 al draft si attendono tutti di più.

9) Justise Winslow (Miami Heat): esplosivo. A guardare lo score dà ancora poco (6 punti e spiccioli a partita e 5 rimbalzi), ma è già basilare nella rotazione degli Heat. E’ in un contesto che gli concederà tempo: l’ideale.

10) Willie Cauley-Stein (Sacramento Kings): materiale grezzo. I Kings erano lo scenario peggiore che potesse capitargli, e avere davanti Cousins nello stesso ruolo non è facile per nessuno. Lui però è uno che il suo lo fa già, e se lavorerà sulla tecnica di base il futuro c’è tutto.

Ci sono poi da segnalare Stanley Johnson dei Detroit Pistons, Trey Lyles degli Utah Jazz e Bobby Portis dei Chicago Bulls: tutti buoni giocatori da rotazione. Da rivalutare invece Frank Kaminsky (Charlotte Hornets) e Mario Henzonja (Orlando Magic): giocare giocano, ma entrambi hanno mostrato pochino.

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