NCAA: col “paisà” Ryan Arcidiacono la classe operaia va in paradiso

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

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Intensa come un quadro di Matisse. Avvincente più di un film di Brian De Palma. Melodiosa come un notturno di Chopin. L’atto finale del torneo NCAA, consumatosi nottetempo davanti a 75 mila spettatori (e a svariati milioni di tele-invasati), ha regalato un match di puro gaudio a tutti i malati di palla al cesto del creato. Il successo dei Wildcats di Villanova sui Tar Heels del North Carolina è il trionfo della caparbietà operaia sul basket “glamour” tutto talento e tattica d’avanguardia. Quaranta minuti di tenzone mozzafiato, con continui cambi d’inerzia, forsennate rincorse e repentini rovesciamenti, e quella tripla a pelo di sirena griffata da Jenkins che ha riportato l’ateneo della Pennsylvania nel paradiso dei giusti del college basket. In una partita di tale magnificenza è il basket a citare se stesso, cosa che soltanto questo sport riesce a fare. Il tripudio dei Wildcats, però, è anche e soprattutto la vittoria della tigna e dell’etica del lavoro del suo capitano: il “paisà” Ryan Arcidiacono. Eletto “Most Outstanding Player” delle final fuor di Houston, il suo nome ora brilla in un albo d’oro dove è presente gente del calibro di Bill Russell, Kareem Abdul Jabbar, Hakeem Olajuwon e tanti altri soggetti il cui nome oggi è scritto con inchiostro dorato nella Hall of Fame della pallacanestro.

Ma chi è più precisamente Ryan Arcidiacono? Il suo nome non gira da stanotte nel basket a stelle e strisce, e neppure in quello più “pane e salame” d’Italia. Di lui si parla, e da tempo. Il suo vissuto inizia nel 1994, in un numeroso nucleo familiare (ha 5 tra fratelli e sorelle) della working class di Bucks County, nell’area metropolitana di Philadelphia. Phila e la Pennsylvania sono il filo conduttore della storia degli Arcidiacono: è nella città dell’amore fraterno che i suoi bisnonni emigrarono dalla Sicilia inseguendo il sogno americano un secolo fa circa, ed è nel campus di Villanova University che si conobbero papà Joe (all’epoca giocatore di football) e mamma Patti (brillante studentessa di economia aziendale). Sin da bambino il piccolo Ryan si palesa come uno “Stakanov” in provetta: studia e gioca a basket. Per ore. Senza stancarsi mai. Già all’high school la sua etica del lavoro viene a galla: a dispetto di un fisico più da Davide che da Golia, “Arch” non teme i contatti, resta tappato in palestra a migliorarsi anche dopo la fine degli allenamenti e si erge già a leader “vocale” delle compagini in cui gioca. Il suo obiettivo è chiaro: vestire la canotta dei Wildcats. Un sogno che allo scoccare dei 18 anni diventa realtà: in molti gli preannunciano un avvenire da meteora in un ateneo che, in materia cestistica, è tra i più blasonati dello Stato. Ma non è così. Anno dopo anno Ryan si conquista spazio giocando in maniera intensa e infaticabile, scendendo in campo anche con i punti di sutura sul volto e aggiungendo mese dopo mese sempre una nuova dimensione al suo stare sul parquet.

La “march madness” della consacrazione. Il resto è storia odierna: “Arch” si presenta all’ultimo anno di college da capitano dei Wildcats. Gioca una stagione all’insegna del crescendo rossiniano, e al torneo NCAA inizia a fare i bimbi con i baffi: alla difesa da satanasso aggiunge percentuali di tiro migliori, più assist, più recuperi, più tutto. Fino alle final four texane dell’ultimo week-end: è lui a mettere alla frusta i suoi nella mirabolante semifinale contro Oklahoma e a tenerli a galla nella finale thrilling contro North Carolina. In queste ore, dalle parti di Phila, è venerato come sorta di divinità iperuranica. Eppure, parliamo di un ragazzo e di un atleta assolutamente normale. Difensore mai domo, Ryan ha un tiro affidabile ma non certo mortifero. Non è alto (190 cm), è tosto ma non robusto (pesa 89 kg), ha una visione di gioco buona (non geniale) e passa benino la palla. All’esplosività che non ha e non avrà mai, compensa con una furbizia cestistica fuori dal comune: riesce sempre a capire con largo anticipo cosa accade in campo. Anche i suoi numeri sono normalissimi: 11.1 punti e 3,9 assist ad allacciata di scarpe. Sono però le cose che non finiscono nello “score” a fare la differenza: su ogni palla infatti lotta come se fosse l’ultima. E in un campo da basket questo conta tanto.

Dove lo porterà questo marzo surreale? Difficile prevederlo. Una “fiaba” sportiva di tali proporzioni finirà di certo nel radar Nba, ma pare difficile immaginarselo protagonista tra i pro: la natura ha fissato per lui paletti durissimi. Per l’Europa però è già un giocatore fatto e finito. Ettore Messina, Ct della nazionale italiana lo sa, e già gli ha messo gli occhi addosso da anni (e come lui il predecessore Pianigiani). Che la barzelletta della regia azzurra sia finita? Con “Arch”, lo abbiamo visto, sognare non costa nulla.

 

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