Playoff Nba, va in scena il mesto funerale delle “front line” tradizionali

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

playoff nba
L’estrema unzione c’era già stata in regular season. Ora, nei playoff Nba 2016, le esequie sono di fatto iniziate: il basket pro americano si sta accomiatando dalle front line tradizionali. Senza epitaffi né crisantemi, senza lacrime né manifesti. Il saluto alla post season da parte degli Atlanta Hawks, triturati con un perentorio 4-0 da Lebron James e cricca, fa scendere dalla giostra anche l’ultima squadra della Eastern conference con un po’ di gioco in vernice (grazie al duo di mestieranti Millsap-Horford). Il certificato di morte dei vassalli della zona pitturata come li abbiamo conosciuti fino ad oggi è però arrivato stanotte da Ovest: dopo 249 gare disputate in carriera nei playoff Nba, per la prima volta sua altezza Tim Duncan è tornato nello spogliatoio con zero tiri e zero punti all’attivo (in 12 minuti). Per carità, il caraibico è alle prese con la clessidra del tempo che scorre all’impazzata, considerate le 40 primavere scoccate lo scorso 25 aprile. Il dato però fa una certa impressione, e dà tanto il polso di quella che ormai è una verità comprovata: la Nba è in mano agli esterni. Con qualche eccezione, ovvio: la serata da 16 punti e 11 rimbalzi del dinoccolato centro capellone di OKC Steven Adams (proprio contro gli Spurs di Duncan) è la riprova che, se coinvolti, i lunghi nella pallacanestro di alto livello non sono proprio da rottamare. Il trend intrapreso però è inconfutabile: i quintetti a trazione esterna spadroneggiano e signoreggiano, la palla sotto arriva ogni morte di pontefice e anche il post basso, ormai, è habitat naturale esclusivo di guardie e ali piccole (se non di point man, talvolta). In difesa inoltre, se “occupare l’area” tende a rimanere un diktat per gli allenatori, pure qui si pesca tra gli uomini più robusti del backcourt.

Addio, centro-boa.

La serie di questi playoff Nba più idonea ad avvalorare questa tesi funeraria è quella tra Toronto Raptors e Miami Heat (2-1 per i canadesi mentre scriviamo), due team che in realtà il centro ce l’hanno (e anche buono). I Raptors però hanno perso per tutta la serie il lituano Jonas Valanciunas, la cui caviglia destra si è girata malamente. E ancor peggio è andata ai Miami Heat: già salutato Chir Bosh per il resto della stagione (o in via definitiva?), la ciurma della Florida ha dovuto affidare ai camici bianchi anche l’esplosivo felino d’area Hassan Whiteside per un guaio al ginocchio destro. Non si sa quando rientrerà, né se rientrerà. Da gara-4 quindi, il “5 piccoli contro 5 piccoli” diventerà verità documentata all’American Airlines Arena di Miami. Sempre a Est, coach Lue a Cleveland la sua scelta l’aveva già fatta alla fine della stagione regolare: rotazione sotto ridotta ai soli Love, Thompson e Frye. Tre “power forward”, in parole povere. Nella serie tra i Golden State Warriors e i Portland Trail Blazers, i lunghi sono ridotti a poco più comparse e vedono la palla col contagocce: è nel dna di entrambi i roster (e anche dei rispettivi coach Kerr e Stotts). San Antonio utilizza spesso il fenomenale Lamarcus Aldridge come “finto 5”, visto comunque il minutaggio ridotto di sir Duncan. Così resta OKC, col duo di pivottoni Adams-Kanter, a lasciare un rivolo di tradizione (il che è tutto dire).

Celeste nostalgia.

Ok, i duelli consegnati all’epica tra Wilt Chamberlain e Bill Russell sono distanti nella storia. Però a guardare il passato un po’ di malinconia viene: in fin dei conti, il primo realizzatore “all time” della Lega è un centro di 2 metri e 20 (Kareem Abdul Jabbar), e molti di noi da adolescenti si sono infiammati d’amore per il basket con i duelli tra Ewing e Olajuwon, tra Robinson e Shaq, tra Mourning e Mutombo. Oggi invece, il centrone boa non solo è merce rara, ma per vincere risulta meno indispensabile. E vedendo le nuove alchimie tattiche a spasso sui parquet Nba, persino meno pensabile.

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