Nba: se son Rose.. non fioriranno. L’MVP della iella e il suo calvario

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

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Cornetti rossi e spicchi di aglio bene in vista. Niente sale per le strade anche quando gela a-15 gradi. C’è persino chi invita i gatti neri a rimanere in casa: a Chicago hanno provato con ogni formula scaramantica, ma niente. Loro, la dannazione più grande della metropoli dell’Illinois dallo scoppio della Grande Depressione, non vogliono saperne: le ginocchia di Derrick Rose fanno ancora crac. Alla ribalta delle cronache stavolta c’è il menisco mediale della gamba destra: in odore di asportazione da un anno, si è messo a fare i capricci. Così, dal piramidale staff societario dei Bulls, è arrivato il comunicato che nessun appassionato di basket voleva leggere: Rose si ferma, e dal parquet fila dritto in sala operatoria. E’ la terza volta in meno di 36 mesi: la nota stampa, gelida come l’inverno ai piedi della Willis Tower, non dà clessidre per il recupero. Stagione finita? Nessuno lo dice, ma probabilmente sì. E la carriera? Ehm… boh. Così un’intera comunità, incluso quel tifoso di nome Obama Barack che ora alberga in una casa nivea qualche parallelo più giù, sprofonda nel dramma.

Profeta in patria. “Sweet home Chicago”, cantavano i Blues Brothers, facendo loro il brano popolare anni ’30 di Robert Johnson. Per capire cosa rappresenti Derrick Rose per questa città, bisogna catapultarsi nella realtà di Englewood, sobborgo dove regnano calibro 9, metanfetamine, crack e meretrici ai bordi della strada. La storia di questo portento dei canestri parte dai lì, quando a 13 anni, negli scalcinati playground del rione, pettina le chiome afro dei compagni di bisboccia saltandogli in testa. Si arriva al 2003, e c’è da scegliere l’high school. Il piccolo Derrick non ha dubbi: Simeon Career Academy. Vuole indossare la maglia di Ben Wilson, idolo locale freddato in una guerra tra bande nel 1984 con tre revolverate. Vince due titoli, cosa mai accaduta nella piccola scuola di periferia. Quindi il college: nel 2007 va a Memphis alla corte di John Calipari, e porta l’ateneo in finale NCAA quasi senza sudare. Tra lui e il titolo si frappone un balordo overtime in finale. Poi il grande salto: al draft Nba 2008, il pick n°1 ce l’hanno i Chicago Bulls. L’occasione è ghiotta: dopo un decennio di depressione post-Jordan, la redenzione passa per un figlio dell’Illinois. Rose entra nella Lega più nota al mondo come un tornado: vince subito il trofeo di “Rookie of the year” a suon di punti e assist, e nella prima apparizione ai play-off  veleggia a 20 di media con 7 assist e 6,3 rimbalzi. A Chicago la gente è in brodo di giuggiole. Nel 2010/2011 trascina i Bulls al miglior record della Lega (62-20), e a 22 anni e 7 mesi diventa il più giovane giocatore della storia della Nba a portarsi a casa il trofeo di MVP: prima di lui, in maglia Bulls, lo ha vinto solo il signor Jordan Michael.

Ginocchia d’argilla. Nella stagione 2011/2012, D-Rose palesa più acciacchi di un ottantenne del Pio Albergo Trivulzio. Si risparmia per i play-off, ma proprio nella serie contro Philadelphia, al termine di una gara da 23+9+9, dopo un balzo felino i legamenti del suo ginocchio si disintegrano: è la prima trasferta in sala operatoria di una lunga serie. Il recupero è lungo e in salita: l’Adidas, che gli foraggia milioni di euro in cassaforte, lo pompa a suon di spot pubblicitari. Torna nell’autunno 2013, ma dopo sole 10 gare, va in frantumi l’altro ginocchio, il destro. La blasfemia diventa leit motiv nello slang di Chicago: Rose torna in campo solo ai mondiali di Spagna del 2014 dove vince l’oro con team Usa.

Il resto è cronaca di oggi. Insieme a Cleveland, Chicago è la grande favorita per la finale Nba a Est. Jimmy Butler si scopre un All Star, e a quasi 35 anni l’iberico Pau Gasol porta a scuola i lunghi di mezza Lega. Rose dirige l’orchestra, e ci crede. La maledizione però è in agguato. E 24 ore fa, bussa alla sua porta. Rovinando una delle storie sportive e umane più belle d’America. Che stando alle parole sue, non finisce qui.

 

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