Il mondo capovolto dei numeri zero

Pubblicato il autore: Alessandro Diana94 Segui



Arenas nel passato, Westbrook e Lillard nel presente: molto più di un ruolo e uno zero in comune.

Il numero 0. Una scoperta relativamente recente nella storia dell’umanità visto che il termine, che deriva dall’arabo sifr (“nulla”), fu usato per la prima volta in Occidente dal matematico italiano Leonardo Fibonacci solo nel 1202. Nell’immaginario collettivo questo numero, se riportato come giudizio su una persona o cosa e evento, ha una connotazione negativa in quanto, come detto in precedenza, il suo significato originale è “nulla”.

GILBERT “AGENT ZERO” ARENAS La storia del primo “numero 0” che andremo a vedere, che è quella del più famoso se vogliamo, è di Gilbert Arenas. Nato a Tampa (Florida) il 6 gennaio 1982, viene abbandonato dalla diciottenne madre tossicodipendente, una dura decisione dettata dall’impossibilità di prendersene cura. Il giovane Gilbert cresce così con Gil, il padre, impiegato in un negozio di ricambi per automobili, che decide di crescere questo bimbo tutto da solo, trasferendosi però dalla Florida alla California. Qui comincia l’avventura sportiva del nostro eroe il quale sin da subito si sentirà presto dire da un po tutti, compresi amici e familiari, che lui non sfonderà mai nella pallacanestro in quanto gli manca qualcosa in termini di centimetri e fisico. Giocherà a Arizona ma quando si rende eleggibile al draft 2001 viene snobbato da quasi tutti, venendo scelto solo alla trentesima chiamata dai Warriors. Ad Oakland Gilbert scelse la maglia numero 0 per smentire un suo ex-allenatore, che gli disse che i minuti che avrebbe giocato nella NBA sarebbero stati zero. Da qui in poi comincia la storia di Agent Zero: questo sarà il soprannome che lo accompagnerà per tutta la carriera. Non è importante ora stare a ricordare e ripercorrere tutto il suo percorso NBA (le stagioni più importanti le giocherà nella capitale, a Washington), quanto invece è interessante sottolineare come il ragazzo di Tampa abbia dovuto lottare con le unghie e i denti, dentro e fuori dal campo, per arrivare al livello che si era prefissato. Cattiveria e forza di volontà significa anche andare oltre i propri limiti e lui l’ha incarnato alla perfezione con il suo spericolato modo di giocare, come quando era solito girarsi indietro e non guardare il pallone scendere dalla retina in uno dei suoi buzzer beater.
Le sue parole riguardo alle esperienze che ha dovuto vivere valgono molto più di qualsiasi altra cosa:
“Ora gioco col numero 0 perché mi ricorda sempre quello che pensavano di me quando frequentavo l’high school, ai tempi del college e anche nell’NBA. Quindi ora gioco con il numero 0 perché mi ricorda che devo
scendere in campo e combattere. Ogni giorno.
C’erano 2 scuole e alla fine arrivò Arizona, decisi di andare proprio là. Mi ricordo che mio padre mi disse:”Oh no, non dovresti scegliere quella. Hanno pregiudizi e quando leggeranno le tue carte spareranno a ‘zero’ , diranno che giocherai ‘0’ minuti.”
Ma questa idea non mi dispiaceva…

Se devo giocare ‘zero minuti’ allora andrò proprio ad Arizona e me li conquisterò tutti.
Tanto nessuno crede in me in nessun caso.
NON si trattava più nemmeno di basket, si trattava di dimostrare che si sbagliavano e
per questo ci ho dato dentro, sempre più forte fino a che nn ho esordito per la prima della stagione.
In realtà ho iniziato a prendermela con questo sport.
Sai, se il numero ‘0’ deve
rimanermi incollato adosso, dimostrerò a tutti che si sbagliano fino a che non uscirò dal college.
E’ stato duro, e ci sono stati momenti in cui ho sofferto molto. Insieme a tutte le
difficoltà della vita, nel basket sono passato dalle stalle (‘zero’) alle stelle.
Il mio gioco è fatto di spettacolo, ma quando scendo in campo si risveglia la
tigre che è in me.”

RUSSELL WESTBROOK 
Al contrario di Arenas, Russell Westbrook non vive un’infanzia e una vita così difficile: cresce in California (come il nostro eroe in precedenza), giocando nel campetto di Lawndale, nella contea di Los Angeles, con il suo amico di giochi, Khelcey Barrs, sognando insieme un giorno di calcare i campi Nba. Si allenano duramente tutti i giorni, uno contro uno, e quello che sembra avere più talento e una marcia in più non è Russ ma il suo amico Barrs: entrambi entrano a far parte della Leuzinger High School ed è li che Khelcey si impone come leader della squadra,diventandone ben presto la stella, mentre al giovane Westbrook non rimane che accontentarsi di un ruolo secondario. Un giorno come gli altri mentre si stanno allenando però, la giovane stella di Leuzinger, Khelcey Barrs, si accascia a terra e muore a causa di una ipertrofia al cuore sotto gli occhi del suo amico.
Da quel momento in poi la vita del giovane Russell cambia radicalmente, tanto che dichiarerà in seguito che è “grazie” al quel tragico evento che è riuscito a diventare una stella NBA. La forza e la voglia di dimostrare al suo amico defunto e soprattutto a se stesso di essere riuscito a coronare il sogno di una vita prendono il sopravvento sul campo da basket. Quello che non è riuscito a vivere Barrs ma che sta vivendo per lui “il compagno più scarso” Russell. Dopo l’esperienza a UCLA di due anni viene scelto con la quarta chiamata al draft dai Sonics, ora Oklahoma City Thunder. Qui comincia la favola del play che ha in testa il mito di Magic Johnson: nonostante la PG arrivi a malapena al metro e novanta di altezza non va MAI sotto con nessuno fisicamente e ne ha SEMPRE più degli altri anche quando meno te lo aspetti. Un atleta devastante insomma. Non male per uno che fino ai diciotto anni non aveva ancora mai schiacciato in partita! Solo in un match al suo ultimo anno di High School, riesce ad andare sopra al ferro. E ora è la stella dei Thunder insieme a Durant e Serge Ibaka, all’interno di una squadra che ogni anno da anni lotta per arrivare alle NBA Finals. Poteva andare peggio insomma.

NBA: Portland Trail Blazers at Golden State WarriorsDAMIAN LILLARD Paura, questa sconosciuta. Siamo partiti dal più vecchio e concludiamo con il più giovane del trio: Damian nasce nel 1990 a Oakland (guarda caso prima città di Arenas in NBA) e la sua famiglia risiede nella parte Est della città, precisamente a Brookfield Village. La voglia di giocare e emergere si fa strada nel piccolo Damian, il quale a detta del fratello più grande Houston Jr, negli 1 contro 1 non mollava mai, e che “Non ha mai paura, è così fin da quand’era ragazzino”. Al suo primo anno nella High School conclude la stagione con una media di 19.4 punti a partita, mentre finisce il suo secondo anno con 22.4 punti e 5.2 assist a partita, facendo terminare Oakland con un record sul 23-9. Nonostante l’ottima annata venne valutato in prospettiva solo con due stelle (su cinque) da Rivas.com (guarda un po anche lui viene all’inizio sottovalutato). Terminati i due anni, Lillard decise di accettare la borsa di studio offertagli dalla Weber State University, un’università con sede a Ogden, nello Utah. Nello stato dei mormoni ci gioca dal 2008 fino al 2012, incrementando di anno in anno, come aveva fatto ai tempi del liceo, le statistiche e la fiducia in se stesso sul terreno di gioco. La sua tenacia e grinta vengono premiate nel giorno del draft quando viene scelto alla sesta chiamata dai Portland Trail Blazers. Qui al suo primo anno mostra subito di che pasta è fatto, concludendo la regular season con cifre strabilianti per uno al primo anno:19 punti, 6.5 assist e 3.1 rimbalzi a partita e ottiene il record del maggior numero di canestri da tre (185) realizzati da un rookie in una stagione. Ora al quarto anno NBA è una stella della lega e punto saldo della squadra dell’Oregon.

Insomma dopo queste storie non potete più farvi ingannare dal numero della maglia di un giocatore: potreste pentirvene come gli amici e familiari di Arenas o la rivista di recruiting del college basket.
Uomo avvisato, mezzo salvato, perché IMPOSSIBLE IS ZERO!

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