Kobe Bryant: l’eccellenza non è un atto ma un abitudine

Pubblicato il autore: Alessandro Diana94 Segui

Questa notte si è chiusa la carriera di Kobe Bryant, uno dei più grandi sportivi ossessivi della storia. E lo ha fatto nell’unico modo che pretende da se stesso: con una vittoria

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Ossessione e eccellenza sono due termini che non si possono non accostare. Un certo Aristotele qualche secolo fa diceva, tra le tante cose che ci ha lasciato nella sua incredibile eredità che: “Noi siamo ciò che facciamo ripetutamente. L’eccellenza, quindi, non è un’azione, ma un’abitudine.”

Ecco, l’abitudine a cui si è adattato Kobe Bryant è a un livello che forse non è mai stato raggiunto nello sport professionistico contemporaneo. Facciamo un esempio concreto di ciò: avete presente cosa è successo l’11 settembre 2001? Immagino di si, purtroppo. Ecco, quella mattina quando le Twin Towers caddero sotto gli infami colpi della negligenza dell’intelligence americana e dei kamikaze arabi, lui si stava allenando. Da solo. Un piccolo particolare dell’aneddoto: se a New York i tragici fatti accaddero tra le otto e le nove di mattina all’incirca, questo significa che nella costa ovest a Los Angeles erano le 5 o 6. E probabilmente già si allenava da un po il ragazzo. Il tutto un mese prima dell’inizio del training camp, che come tutti gli appassionati di basket oltreoceano sanno, inizia la prima settimana di ottobre.
A tre anni (sigh!) i ben informati ci dicono che già imitasse i movimenti del padre alla televisione. Insomma almeno per lui, è stato tutto chiaro fin dall’inizio.

Per Kobe Bryant fondamentale è stato soprattutto la permanenza in Italia avvenuta tra i 6 e 13 anni, a seguito del padre Joe “JellyBean” Bryant, il quale si è destreggiato con alterne fortune nei campi di Rieti, Reggio Calabria e successivamente a Pistoia e Reggio Emilia. A testimoniarlo è stato lui stesso in varie interviste, tra cui l’ultima nella quale ha parlato gli è stata regalata la maglia della nazionale italiana dal capo della pallacanestro nostrana Petrucci: “L’Italia sarà sempre un posto vicino al mio cuore. Per me è un piacere assoluto ricevere questa maglia della Nazionale come regalo del presidente Giovanni Petrucci. Messina è un grandissimo allenatore, io parlo ogni volta che posso con lui, è una persona di grandissima intelligenza e gli ho già detto che sono a sua disposizione per qualunque cosa di cui abbia bisogno. In Italia c’è ancora tanto da fare per il basket ma piano piano lo faremo. Ringrazio tutti per questa bellissima sorpresa”.

La sua parossistica ricerca della perfezione lo ha portato come tutti sanno a vincere 5 anelli, il three peat a inizio anni duemila grazie all’accoppiata vincente e controversa con Shaquille O’Neal e i due titoli nel 2009 e 2010, sconfiggendo prima i Magic di Van Gundy in una serie più difficile di quello che il 4 a 1 dice, e la storica serie di finale con Boston l’anno successivo culminata con una gara 7 vinta all’ultimo in rimonta come nelle più classiche storie di Hollywoodiana memoria. Nella notte di commiato per la sesta volta in carriera il campione gialloviola ha scritto 60 sul suo box store, 122ª volta oltre i 40 punti, 25ª oltre i 50. Numeri d’altri tempi per il numero 8 e poi 24, che quando ha annunciato il suo ritiro dalle scene quest’inverno l’ha voluto fare con una lettera. Non sarà stato il più forte di sempre e quello più simpatico di tutti dentro e fuori da un campo di gioco, ma se questo è il prezzo da pagare forse ne è valsa pena. In seguito la lettera.

kobe bryant

Kobe Bryant

Caro basket,
dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzini di mio padre
e a lanciare immaginari tiri della vittoria nel Great Western Forum
ho saputo che una cosa era reale:
mi ero innamorato di te
Un amore così profondo che ti ho dato tutto
dalla mia mente al mio corpo
dal mio spirito alla mia anima.
Da bambino di 6 anni
profondamente innamorato di te
non ho mai visto la fine del tunnel.
Vedevo solo me stesso
correre fuori da uno.
E quindi ho corso.
Ho corso su e giù per ogni parquet
dietro ad ogni palla persa per te.
Hai chiesto il mio impegno
ti ho dato il mio cuore
perché c’era tanto altro dietro.
Ho giocato nonostante il sudore e il dolore
non per vincere una sfida
ma perché TU mi avevi chiamato.
Ho fatto tutto per TE
perché è quello che fai
quando qualcuno ti fa sentire vivo
come tu mi hai fatto sentire.

Grazie di tutto Kobe

Alessandro Diana

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