NBA: Seattle tra nostalgia “supersonica” e ipotesi expansion team

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

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“A mulatto, an albino, a mosquito, my libido”. In una malinconica clip dai frame sgranati e dall’audio gracchiante scorrono in sottofondo le note di “Smells Like Teen Spirit”, brano di culto che nel 1991 regalò a Kurt Cobain e ai Nirvana gloria planetaria ed eterna (non voluta) e assurse a pugnace inno di un’intera generazione. Nelle immagini, un lestissimo Gary Payton ruba un pallone nientemeno che a John Stockton e lancia per aria una pennellata botticelliana trasformata in una poderosa bimane da Shawn Kemp. Dietro, sfumato, un cartello pubblicitario che annuncia l’avvento di “Windows ‘95”, ultima creazione dell’epoca di casa Microsoft. In quel breve “highlight” c’è la sintesi perfetta della Seattle anni ’90, con i simboli e i personaggi che l’hanno resa famosa a tutte le latitudini. Una città straordinaria a tutt’oggi, con tutti gli indicatori che concorrono a decretare l’indice di qualità della vita elevatissimi e un fermento culturale (oltreché produttivo) tra i più dinamici dell’intero universo statunitense.

Oggi però Cobain non c’è più e con lui molti alfieri del grunge (Layne Staley degli Alice in Chains su tutti, spirato nel 2002), e i galloni di “artista-icona” della città della pioggia sono passati sui vistosi orecchini del rapper Macklemore. Bill Gates ha lasciato nello stato di Washington soltanto la sede amministrativa di Microsoft (a Redmond, ndr) mollando a Starbucks lo scettro di multinazionale simbolo dello Stato. Soprattutto, da un decennio il basket pro maschile lo si vede soltanto in tv. Da quell’estate 2008 in cui Clayton Bennett, nocchiero della cordata che deteneva la proprietà dei leggendari Seattle Supersonics, fece armi e bagagli e trasferì la franchigia nella sua Oklahoma City, dando il là al corso degli attuali OKC Thunder. Uno sfregio che tuttora sanguina sulla pelle dei tre milioni di abitanti abbondanti dell’area metropolitana di Seattle, rimasti nello sport che conta con i soli Mariners (baseball) e Seahawks (football), oltreché con i poco seguiti Sounders (calcio). Nel cuore dei cittadini però pulsa ancora una palla a spicchi color arancio, e il tepore che d’estate si condensa intorno alle Seattle Storm (WNBA) ne è la lampante evidenza. La nostalgia per i “supersonici” non si è mai sopita, e riguardare materiale audiovisivo come quello sopracitato crea ancora sconquassi emotivi ai tanti fan degli allora bianco-giallo-verdi.

Eppure, in questi anni le porte girevoli nelle quali infilarsi per un ritorno sul proscenio Nba non si sono mai chiuse, nonostante una serie infinita e spossante di false speranze. E giusto poche ore fa, i “tornelli” che conducono al gotha della palla al cesto hanno ripreso a roteare fortissimo. Il nuovo accordo televisivo che frutterà alla Nba e alle attuali 30 sorelle che la popolano un’autentica slavina di bigliettoni verdi con le effigi di presidenti del passato sopra, ridà al popolo di Seattle lo spiraglio per pensare in grande. Che la metropoli trasudi pallacanestro lo sanno anche gli orsi del vicino Idaho. Lo sa soprattutto Adam Silver, scaltro “capoccia” della stanza dei bottoni della Nba. Se l’amministrazione comunale dovesse approvare il progetto per una nuova arena (proprio quel disco verde che non arrivò nel 2008) si spalancherebbe il varco per la creazione di un expansion team, secondo quanto sostiene il Seattle Rising. Ciò vorrebbe dire una Lega a 31 compagini, idea alquanto bislacca che abbasserebbe ancor di più il livello tecnico, ma scenario sul quale 26-27 proprietari di squadre su 30 sarebbero favorevolissimi.

Dunque torneranno i Sonics? Presto per dirlo. L’operazione, se andrà in gol, richiederà 2-3 anni di gestazione (non prima dell’estate 2018, specifica il Rising). Però la breccia è aperta, e i requisiti dello show-business in città ci sono tutti per riassaporare pane e basket. La storia, del resto, gioca a favore della piovosa metropoli. Nati nel 1967, quando in città imperversava la chitarra distorta di un certo Jimi Hendrix, i Supersonics (il nome prese spunto dalla Boeing, colosso dell’aviazione allora fulcro del tessuto economico dell’area) iniziarono la loro avventura un po’ in sordina. Poi, nella seconda metà degli anni ’70, la svolta che portò al primo (e unico) anello: era l’estate del ’79 e il coriaceo gruppo privo di superstelle ma con tanti eccelsi role-player (Dennis Johnson, Gus Williams, Jack Sikma sotto i cristalli e Fred Brown sesto uomo di extralusso) piegò in cinque gare Washington nelle Finals remake dell’anno precedente. Dopo un decennio seguente passato a buon livello, l’altro giro di vite arrivò nel 1989, quando dal Draft i Sonics si regalarono Shawn Kemp, forse il più grande giocatore che abbia mai vestito la storica canotta a prevalenza cromatica verde. Fisico da pentatleta e esplosività da giaguaro della foresta amazzonica, “reign man” ridiede lustro ai Sonics insieme a un altro irriverente ragazzaccio cresciuto nei campetti di periferia di Oakland: Gary Payton, “the glove” per tutti i “fissati” del giuoco. Nel loro anno mirabile (’95-96) soltanto un certo Jordan Michael in canotta Bulls n° 23 li privò di un anello al dito. Ma la città di Seattle entrò in simbiosi con quella squadra per un intero decennio, e la vecchia Key Arena si trasformò in un fortino napoleonico ad ogni match dei “boys” di coach George Karl. La storia si chiuse con un fenicottero, quel Kevin Durant che nel 2007-2008 vinse il trofeo di matricola dell’anno con la maglia dei Sonics finendo subito nella cassaforte dei “preziosi” trasferita a Oklahoma City.

Ad un decennio di distanza possiamo dirlo: riavere i Sonics (o una roba simile) nella Nba sarebbe immensamente bello. La città e i mammiferi che la albergano lo meritano. E’ presto però per cantare vittoria: si sa, le fiammate gossippare nella galassia Nba sono una fumosa costante. Intanto si tocca ferro. Magari di un vecchio pc Microsoft o di un rottame della Boeing.

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