NBA: tutti contro i Warriors, ma non solo. I dieci temi di un anno (quasi) zero

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli Segui

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Ci siamo. Nella clessidra mancano solo una manciata di granelli: stanotte l’Nba taglia il nastro di una stagione che sotto sotto si configura come un anno “quasi” zero. “Betrayal”: una parola che è ricorsa spesso nell’ultimo semestre, e nello slang d’Oltreoceano significa “tradimento”. La scelta di Kevin Durant di convolare a nozze con i Golden State Warriors è il “big bang” che ridisegna l’assetto geotecnico del torneo più seguito al mondo. Il reato di “leso miocardio” del fenicottero di Washington stuzzica gli appetiti voraci dei romantici che lo volevano ancora con la canotta degli Oklahoma City Thunder (team che lo ha elevato a simbolo sportivo di un’intera comunità): allo stato attuale, sono tutti contro i Warriors. E contro di lui. Che è bello carico: solo due mesi fa sotto la fiaccola olimpica di Rio ha spianato come una mietitrebbia tutto ciò che si è trovato davanti. Ora, insieme all’MVP uscente Steph Curry, al fromboliere Klay Thompson e al “bad boy” Draymond Green, va a formare un “panzer” pronto a sbrindellare tutta la concorrenza. Leggere bene le avvertenze però: nella Bay Area ogni risultato diverso dall’anello al dito sarà considerato un colossale flop. Gli “haters” sono al lavoro: sui social le stilettate sono nell’ordine delle centinaia di migliaia. Ventinove drappelli, tutti contro il corazzato californiano. Eppure, la Nba griffata 2016-2017 è anche altro.

Addio, maniaci. Kobe Bryant, Tim Duncan e Kevin Garnett non ci sono più. In un sol colpo, la Lega perde tre mammiferi ossessivo-compulsivi del giuoco (non rimpiazzabili). Della gragnola di talenti nati nella seconda metà degli anni ’70 rimane solo Dirk Nowitzki nella sua Dallas: la Nba ora passa definitivamente nelle mani dei “millennials”. Il trapasso generazionale è completato: è un’era nuova. Il ‘900 va definitivamente nei faldoni degli archivi baskettari.

Il sultano profeta in patria. Il predatore numero uno della Nba è Lebron James. Non da ieri: negli ultimi dieci anni, il “prescelto” dell’Ohio è arrivato sette volte in finale: comanda lui. Aver portato il primo Larry O’Brien Trophy sul suolo natio lo ha fatto salire di un altro gradino nella regale scalinata delle leggende Nba. Ha un solo pallino: ripetersi. Tra lui e la corona ci sono appunto i Warriors: l’impresa èimproba, ma dovesse farcela per il “23” si spalancherebbero le porte dell’iperuranio.

I “nuovi” veterani. Passaggio di testimone, dicevamo. I “vegliardi” ora sono i ragazzi dell’aureo Draft 2003 (la migliore annata di sempre, direbbero gli enologi). Detto di Lebron, riparte invece da zero il suo amichetto del cuore Dwyane Wade: chiusasi con stille di veleno la cavalleresca favola con i Miami Heat, il 34enne di lusso riparte da casa sua a Chicago. La sfida è interessantissima: nell’Illinois il prode Dwyane ha un meraviglioso alter ego in Jimmy Butler. Resta nelle sabbie mobili invece Chris Bosh: fermato dal famigerato problema al sangue. Più che una squadra l’ex treccinato cerca un medico che gli dia l’ok per rinfilarsi le scarpette: faccenda in divenire. Infine Carmelo Anthony: stella conclamata dei Knicks, quest’anno ha la possibilità di togliere la Grande Mela cestistica “lato Manhattan” da una ormai decennale “grande depressione”. Sorvegliato speciale.

On Broadway. Se James è profeta in patria, c’è chi la patria la lascia per ricominciare da capo. Derrick Rose, fenomeno planato sulla Nba otto estati or sono, è caduto in disgrazia come pochi altri. Funambolico MVP nel 2011, ora non è neanche tra i primi dieci point man del torneo: il “golgota” di infortuni patiti nell’ultimo quinquennio ne ha minato esplosività e sicurezza. Mollata la sua Chicago, riparte dal Garden. Dire che c’è curiosità su di lui è eufemistico.

Il trifoglio rinverdito. Rimanendo sulla East Coast, ritorna a mostrarsi la regina più titolata. Senza gioielli e lustrini, ma con un bel manipolo di cortigiani volitivi e motivati. I Boston Celtics non hanno neanche un “top 20” tra i fenomeni Nba, eppure vengono considerati la prima antagonista di Cleveland a Est. E’ la classe operaia che va in paradiso: il roster di coach Stevens è lungo, solido e ha un bel ventaglio di soluzioni di gioco. Nel Massachusetts si sogna, e da quelle parti ad alto livello ci sanno stare.

Speroni pungenti. I San Antonio Spurs senza Duncan sono come i Queen senza Freddy Mercury. Eppure, senza un frontman vero e proprio, in Texas vogliono riprovarci. Leonard è fior di giocatore, Aldridge un eccelso secondo violino e per colmare il cratere lasciato dal fuoriclasse caraibico è arrivato il sempreverde iberico Pau Gasol. Non sono in pole, ma a vincere sanno come si fa.

Uomini soli al comando. Al contrario dei Celtics, ci sono tre grandi frontman senza orchestra. Russell Westbrook, James Harden e Demarcus Cousins sono tre potenziali MVP. Il primo ora però è orfano di Durant nei giocoforza indeboliti Thunder, mentre gli altri due a Houston e Sacramento vivono in habitat folli e roster sgangherati. Tutto dipende solo da loro: aspettiamoci faville.

C’è una grande prato verde, dove nascono speranze. Volete gaudio immediato? Allora sintonizzatevi sul fuso orario del Minnesota. Con Towns, Wiggins, LaVine e Dunn, i Timberwolves sono un “vivaio” dalle gemme già vistose ed elettrizzanti. Menzione d’onore per la linea verde ai Lakers post-Kobe: Russell, Randle e la new entry Ingram sono pronti a sparare diverse “miccette” sul parquet.

Il nosocomio più pazzo del mondo. Philadelphia: città dell’amore fraterno prima, capitale mondiale della iella eterna oggi. Ritrovato l’oggetto misterioso Joel Embiid, i Sixers hanno già perso l’australiano Ben Simmons (prima chiamata nel Draft di giugno) non si sa per quanto. Si consigliano aglio e sale grosso per togliere le macumbe, ma il gruppo desta acquolina.

La squadra più scassata della Lega. Detto dei Knicks, attraversiamo il famigerato ponte e passiamo a Brooklyn: atmosfera funerea. Sfugge il senso della stagione dei Nets, seri candidati al ruolo di pungiball. Scarsi e senza prospettiva, non possono nemmeno “tankare” (giocare a perdere, ndr) perché al prossimo Draft la loro prima scelta finirà ai Celtics grazie alle genialate di una dirigenza che non ne becca mezza. Non fiori, ma opere di bene.

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