Onuaku e l’arte perduta dell’underhand free throw

Pubblicato il autore: Matteo Sartarelli Segui

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Il 12 ottobre, in una gara di preseason a Pechino, Chinanu Onuaku ha fatto il suo debutto assoluto con una casacca NBA nella partita fra i suoi Houston Rockets ed i New Orleans Pelicans, vinta dai texani per 116 a 104.

Ciò che ha portato l’attenzione del mondo del basket in questa partita però, è avvenuto nel garbage time, a 3:22 minuti dalla fine del match. In quel momento Onuaku è andato in lunetta per 2 normalissimi tiri liberi. La normalità è poi svanita quando il centro ha preso la palla con entrambe le mani, l’ha portata fra le gambe e l’ha lasciata scorrere dolcemente verso il canestro con un movimento fluido, per 2 volte, entrambe con esito positivo.

Ebbene sì, il tiro libero sottomano è tornato nella NBA. Non si faceva vedere dalla stagione 1980, l’ultima nella lega di Rick Barry proprio con i Rockets. L’ala 12 volte All Star su 14 stagioni, è ad oggi il quarto miglior tiratore di liberi della storia della NBA con un invidiabile 89.98%, battuto solamente da Steve Nash, Mark Price e, ad oggi, da un tale Stephen Curry.

Barry ha sperimentato il “granny style” dopo la stagione da rookie al college a Miami per cercare di migliorare la sua percentuale dalla lunetta e indovinate un po, ci è riuscito mantenendo una media dell 84% nei successivi 3 anni di college. Per quanto il suo gesto poteva sembrare antiestetico, per quanto la gente potesse deriderlo dagli spalti, specialmente in trasferta, Barry ha portato la sua tecnica nel più alto panorama cestistico al mondo, con risultati sorprendentemente eccezionali.

Fra le altre cose l’hall of famer ha trasmesso questa tecnica così hipster a suo figlio Canyon Barry, che la sta mettendo in pratica al College di Charleston. Dopo 2 stagioni attorno al 72%, nel suo Junior year Canyon ha messo a referto l’84.5 % dalla lunetta in 71 tentativi.

Prima di Rick Barry, anche Mr. 100 Wilt Chamberlain aveva provato la tecnica del sottomano, per una sola stagione: 1961-62.
Sarà un caso, ma quella rimarrà la miglior stagione dalla lunetta di Wilt con un quasi decente 61,3%. Sempre il caso vuole che in quella stagione Chamberlain abbia avuto la miglior performance della sua carriera e della storia del gioco: la celeberrima 100 point game.
Se andate a frugare nelle stats di quella partita troverete nella colonna dei liberi di Chamberlain un 28 su 32. Ciò che però non potete leggere è che quei 28 FT messi a segno, erano sottomano!

Chamberlain abbandonerà poi la tecnica la stagione seguente e le sue percentuali torneranno ben al di sotto del 60%. Nonostante l’oggettiva correlazione, “i feel like a pussy” era la motivazione di Wilt the stilt.

Tornando ai giorni nostri, Onuaku non sembra farsi questo tipo di problema. La scelta numero 37 del draft 2016 è venuto a conoscenza del metodo solamente un anno fa, quando il suo coach gli ha mostrato un video di Barry al termine di una stagione da 14 su 30 dai 6 metri. Il classe 1996 ha iniziato a lavorarci su ed alla sua stagione da sophomore alla Louisville è salito dal 46.7% al 58.9%. Non un enorme upgrade, ma che assieme alle sue doti atletiche (208 cm), gli è bastato per guadagnarsi un posto nel secondo round del draft NBA e la fiducia di una franchigia che spera di trovare in lui, in prospettiva, il giocatore che Howard non è mai stato. Per ora limitiamoci a dire che Onuaku tira i liberi già meglio di DH12.

Che questo avvento possa essere di ispirazione per altri lunghi con enormi problemi dalla lunetta come Andre Drummond, DeAndre Jordan e lo stesso Dwight Howard? difficile a dirsi. Certamente gli esempi Chamberlain/Barry dimostrano che ciò che di più incide su una scelta del genere è il carattere; una personalità pragmatica come Barry, secondo il quale una percentuale al di sotto dell’80% non è accettabile, è chiaramente più aperta a tale decisione. Di contro, un individuo più facilmente influenzabile, in un palcoscenico come la NBA, accantona l’idea quasi a priori.

Il motivo per cui gli underhand shooters sono una specie così rara è proprio questo, l’imbarazzo, il giudizio dei tifosi e dei media. Dal punto di vista di un giocatore di spicco della NBA come Drummond però, dopo una stagione al 35%, c’è davvero poco da perdere vista la nomina che ormai si ha nella lega. Deriso in un modo o nell’altro, tanto vale provare qualcosa che può, visti i precedenti, eliminare il terrore che ogni volta si prova quando uno speaker ti nomina assieme alle parole “shooting two”.

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