NBA, folta è la terra di mezzo: i team né carne né pesce perennemente a bagnomaria

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli

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Lo so, il tema è vecchio quanto il mondo nei meandri concettuali del basket Nba: se non hai uno Steph Curry, un Lebron James o un Russell Westbrook, oppure se non disponi di un impianto di gioco collaudato da ormai oltre un decennio come quello degli Spurs, rischi di rimanere a bagnomaria a sfogliare la margherita di fronte al più grande dei dilemmi. Che è il seguente: me la gioco o non me la gioco? Mi conviene lottare allo strenuo per provare ad agganciare un posto utile per i playoff e poi essere asfaltato con un rotondo 4-0 al primo turno, oppure giocare a perdere e puntare alla caccia grossa al Draft e quindi a imbastire un abbozzo di ricostruzione? Di questi quesiti si nutre la terra di mezzo della Nba, vale a dire quel lotto di squadre non proprio scarse, alcune dotate pure di un top player, ma non in grado di puntare in alcun modo al vertice della Lega.

Sul tram dell’aurea mediocritas c’è parecchia folla già dopo un mese di regular season, e già diverse franchigie quel fiore di cui sopra lo stanno “spetalando”. Il viaggio nella “terra di mezzo” non può che iniziare dagli Orlando Magic, team che da quella finale conquistata un po’ a sorpresa nel 2009, nel limbo ci vive da anni. Con l’arrivo di un coach inquadrato e determinato come Frank Vogel togliersi dalla palude pareva fattibile. Invece, mentre scriviamo, i biancoblu di Florida sono reduci da quattro sganassoni in fila, vantano un mesto record di 6 vinte e 11 perse e dal punto di vista del gioco non hanno né capo né coda. Ibaka doveva essere la stella della squadra, visto che per lui è stato sacrificato Victor Oladipo. Ma lo spagnolo va a sprazzi e sembra indolente. La sua discontinuità endemica pare stia contagiando anche altri nel roster come Fournier e Payton. Non pago. Coach Vogel ci sta mettendo il carico creando una inutile rivalità in vernice tra Vucevic e Biyombo, col secondo preferito al primo nella gara interna (persa) con Milwaukee, e col croato che dalla panca ha risposto però con 17 punti e 16rimbalzi.

Altro team che naviga a vista dall’altra parte dell’universo Nba sono i Sacramento Kings: roboanti nell’espugnare il parquet dei derelitti Brooklyn Nets, i californiani sono i veri gamberi della Lega: per ogni passo avanti ne arrivano poi due indietro. Cousins giganteggia in area e ha numeri di prim’ordine, Rudy Gay idem ed è un perfetto secondo violino. Il resto della rosa però è un’accozzaglia di irrequieti (Lawson e McLemore), spompati (Afflalo), giovani ancora da svezzare (Cauley Stein su tutti) e malcapitati (tipo il povero Koufos). Speculari a loro, ai piedi delle Rock Mountains nel selvaggio west ci sono i Denver Nuggets di Danilo Gallinari, rottosi di nuovo. L’azzurro sta diventando un po’ l’emblema del vivacchiare apatico del team del Colorado: squadra di buonissimi giocatori ma privi di quell’uomo che ti fa volare verso altri lidi. Quell’uomo non può essere il Gallo: ormai bisogna prenderne atto. La squadra sul groppone lui a caricarsela da solo non ci riesce. I due lunghi di origine slava Jokic e Nurkic sono entrambi ottimi, ma lo sono altrettanto nel pestarsi i piedi l’un l’altro. Mudiay ha personalità, ma da qui a diventare una stella ancora di pane ne deve addentare. Wilson Chandler, bravino ma non certo Lebron, è costretto invece a prendersi responsabilità maggiori di quelle che il n°23 dei Cavs si piglia nel suo team.

Rischiano la terra di mezzo pure i Detroit Pistons. La squadra c’è, gioca, ma senza Jackson in backcourt il motore va con le ridotte. Drummond è un panzer d’area che però pare aver sforbiciato i margini di miglioramento. Harris come power forward è una super-risorsa nel Michigan. Gli altri ragazzi però difficilmente si scostano dal filo del “sei politico”: la speranza per loro è che il successo sui Clippers abbia smosso qualcosa, ma pare difficile. Idem sempre sui Grandi Laghi, più precisamente a Milwaukee: il ko di Middleton è pesantissimo, il backcourt è tra i meno talentuosi in circolazione e ora ci sta anche il caso Monroe, retrocesso a terzo lungo e divenuto un’autentica zavorra da sbolognare a qualcuno: playoff pure qui complicati da agguantare. Chiudiamo la carrellata con i New Orleans Pelicans, dove però il discorso è diverso. Questo è un team che alberga nel limbo e non nei bassissimi fondi solo per la presenza di Anthony Davis. La superstella sta migliorando i suoi compagni, che però a parte Frazier, Jones e il ritrovato Holiday, restano quello che sono cioè poca roba. Ne sapremo di più col rientro di Evans: la post season resta una chimera, ma con un Davis formato MVP nulla si può dare per scontato.

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