NBA rookie: Embiid (Phila) il migliore, ma arrivano i primi “vagiti” anche dagli altri

Pubblicato il autore: Valerio Mingarelli

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La Nba è le matricole
: una storia chilometrica di “what if”, bidoni, aspettative deluse, “steal of the Draft”, fiammate, e rimpianti. Volato via il primo mese di regular season, bisogna evitare di raccontarsi fiabe ingannevoli: per la classe degli esordenti del torneo 2016-2017 non è stato un avvio da urlo. Si sa, al piano di sopra tutto cambia, e da qualche anno molti analisti fanno notare come la Nba sia sempre meno una Lega per novellini. Le stagioni di esordio di fenomeni come Lebron James o Kevin Durant sono ormai un ricordo consegnato alle ingiallite pagine degli almanacchi: siamo solo all’inizio ed è presto per imbustare sentenze con la cera lacca, però dai rookie ci si attendeva qualcosina in più, per usare il più macroscopico degli eufemismi. A conferma di questa sensazione c’è un dato di fatto: se con la mente facciamo un volo pindarico ad aprile e al premio di matricola dell’anno, per il momento Joel Embiid può dormire pacifico. Qui casca l’asino: il centro camerunense dei Philadelphia 76ers in realtà avrebbe dovuto lottare per l’alloro di “miglior rookie” due stagioni fa, ma come è noto il fisico striato avvezzo agli infortuni lo ha costretto a due anni di quarantena. In 22 minuti di impiego medio (a Phila lo trattano come fosse un cristallo di Boemia), per ora veleggia a 17,8 punti e 7,6 rimbalzi. Cifre che se calcolate su 35-40 minuti di impiego medio, stuzzicano diversi appetiti in Pennsylvania.

Dietro di lui però, il drappello di prescelti del Draft dello scorso giugno sta andando con le ridotte. Tanto che nel “Rookie Ladder” del sito ufficiale della Nba, nel ranking al secondo posto per ora c’è saldo Dario Saric, anche lui “Sixer” e soprattutto altro classe 1994 proveniente dal Draft 2014, dove fu selezionato da Orlando e poi ceduto proprio a Philadelphia per Elfrid Payton. Il croato fattura 9,5 punti e 6,5 rimbalzi: in un team zeppo di talenti in front line è tanta roba. Ed è sempre in forza a Phila il grande convitato di pietra della graduatoria dei principianti, quel Ben Simmons attesissimo che (forse) vedremo all’opera soltanto nel 2017 (inoltrato, vien da pensare). Per le altre top pick della notte del 23 giugno a New York, tanto shampoo e pochi sorrisi: si fatica. Per ora il ruolo di “desaparecido” va all’acerbissimo croato Dragan Bender, selezionato da Phoenix con la n° 4 e non pervenuto nella terra dei cactus. E anche Kris Dunn, point guard da Providence chiamato a Minneapolis perché si issasse sulla plancia di regia dei verdissimi Timberwolves, dopo qualche partita se non altro decente sembra un pugile suonato dalla poche idee e dalla palla persa facile.

Però non buttiamola troppo sul drammatico: qualcosa si inizia a intravedere. La settimana che ha portato allo stop per il “Thanksgiving Day” ci ha fatto scorgere i primi baby-lampi dai rookie più attesi al passaggio a livello della critica. La nomination principale va a Jamal Murray, folletto da Kentucky: nel successo di Denver su Chicago, il piccolo canadese ne ha messi 24 ai quali ha abbinato 6 assistenze e 6 rimbalzi. La personalità gli straborda dalle tasche: per ora non ha cifre da “contender” per il “ROY” (quasi 10 punti in 20 minuti non sono da buttare comunque) però ha margini di crescita sesquipedali. Prime stelle filanti anche in casa Lakers: l’attesissimo fenicottero Brandon Ingram, pick n°2 a giugno, al primo ballo nello starting five gialloviola ha chiuso con 16 punti e svariate giocate importanti. Fisicamente vola ancora via con un alito di vento (specie in difesa), ma trasuda talento: dopo un bel lotto di gare impalpabili finalmente c’è. Dietro di loro, continuano le prestazioni solide dell’all around degli Atlanta Hawks Malcolm Delaney (13 decisivi punti nel successo esterno a Indianapolis) e di Marquese Chriss a Phoenix, scaraventato più volte in quintetto da power forward.

A far da contraltare ai sopracitati c’è però il calo di diversi novelli partiti tutto sommato bene. Negli ultimi dieci giorni non ne ha azzeccata una Domantas Sabonis (e con lui i suoi Thunder): il figlio di Arvydas, stabilmente nello starting five di coach Donovan, ultimamente le battute finali della gara le vede da seduto. Paga oltremodo il “black moment” di OKC, però deve trovare costanza. C’è poi Jaylen Brown a Boston: l’ala da California i numeri li ha e nei primi giorni di novembre pareva un satanasso. Appena i Celtics hanno ripreso ritmo come squadra però lui si è spento come un lumino natalizio e coach Stevens gli ha tolto minuti. Stesso discorso per il bahamense Buddy Hield a New Orleans: la squadra adesso vince, ma lui staziona in panchina assai di più rispetto a due settimane or sono. E’ presto per i verdetti, però non ci nascondiamo: dopo questi primi isolati mortaretti, ci aspettiamo qualche fuoco d’artificio in più.

 

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