Pacquiao: gli elettori non vogliono un “pacco”

Pubblicato il autore: carolina figini Segui

Pacquiao_vs_Mayweather_dream_match_might_happenMayweather, l’avversario di Manny Pacquiao nel 2015, prima che la politica entrasse nella sua vita.

I politici oggi sono multisfaccettati: salgono e scendono da aerei (a volte pagati da noi), passano disinvoltamente da un colloquio con gli operai delle rubinetterie a una stretta di mano al Papa. Quando non a un avviso di garanzia. Ma in Italia non sono ancora diventati tutti boxeur come il Senatore delle Filippine Manny Pacquiao.

Per lui si apre o la strada delle Olimpiadi dell’estate 2016 a Rio. Secondo un sondaggio online il 59% dei suoi elettori non vorrebbero che si desse alla boxe. Pacquiao, detto Pac Man a Manila, il 2 maggio 2015 combatteva contro Floyd Mayweather quello che molti definirono “il match del secolo”. Poi la politica gli ha complicato la vita, o ha impensierito i suoi elettori (sono comunque il 41% quelli che vorrebbero vederlo sul ring).

Complessivamente la sua carriera è stata fulgida: 57 vittorie e una “dichiarazione dei redditi” di 32 milioni di dollari nel 2011, 160 milioni di dollari nel 2015. Ma ora ha un compito più arduo: combattere per il seggio senatoriale con il figlio dell’ex dittatore Marcos, quello la cui moglie Imelda collezionava scarpe firmate mentre il popolo filippino viveva nella miseria.

Nel 2016 come nel 1968, o in altri anni tutti egualmente importanti, gli sportivi hanno sempre avuto un ruolo anche nella vita delle democrazie. Il celebre Cassius Clay contro la guerra nel Vietnam ne è un esempio. Se una volta la boxe era uno sport da ex galeotti, oggi è uno sport da contestatori.

Oppure da stressati. Sempre più palestre hanno corsi di fit boxe per innocenti fanciulle che non sempre devono difendersi da aggressori, a volte invece devono sviluppare calma, concentrazione e quella qualità importante nello sport e nella vita che gli americani chiamano resilience, la capacità di resistere alle avversità.

Rimane il fatto che tutti sono più esigenti quando la carriera sportiva e quella politica si assommano. Soprattutto visto che Manny Pacquiao ha innervosito anche quei simpaticoni dell’ISIS, autentici tagliagole che vorrebbero rapire lui o la figlia di Benigno Aquino, Kris, per usarli nell’ambito di torbide trattative con l’Occidente.

Riuscirà Pac Man, popolarissimo nelle Filippine, a combattere come uomo e come atleta il pericolo del secolo, il gruppo che sta sterminando tutte le minoranze in Siria e Iraq?

Ora Pacquiao ha davanti meno di una settimana, fino al 27 maggio 2016, per decidere se andrà a Rio. Può combattere nei pesi welter da 140 libbre per la prima Medaglia d’Oro del suo Paese. Può alimentare un giro di scommesse. Oppure può fare quello che gli chiede chi lo ha votato Senatore il 19 maggio, combattendo la battaglia della democrazia. Non sono scelte facili.

Ma l’uomo Manny Pacquiao, che posta sui social foto delle feste di famiglia, si dichiara credente in Dio e si mostra capace di star lontano dai paparazzi potrebbe veramente decidere di compiere il suo dovere politico quotidiano. Per quanto a molti di noi oggi la boxe, o lo sport in generale, sembri meglio della politica. Forse noi con i nostri campionati milionari e i nostri senatori strapagati non ci rendiamo più conto dell’importanza di queste scelte. Ma una lezione potrebbe arrivare dalle Filippine, che hanno saputo rialzarsi da terremoti, dittature e calamità.

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