Il lungo addio: si è spento Muhammad Alì

Pubblicato il autore: massimiliano granato Segui

cassius

Quando si parla della boxe degli anni d’oro il primo nome che viene in mente è inevitabilmente quello di Muhammad Alì, scomparso nella notte fra il 3 e il 4 giugno a soli 74 anni. Il “soli ” sembra voler essere consolatorio, perchè indica una persona scomparsa prematuramente.  In realtà, Cassius Clay (era questo il suo nome prima di convertirsi all’Islam, nel 1964) era affetto dal morbo di Parkison, che contrasse nel 1984. Nel 1996 però fu scelto come tedoforo per le Olimpiadi di Atlanta e commosse il mondo intero. Cassius Clay, nato a Louisville il 17 gennaio del 1942, divenne pugile quasi per caso quando, dodicenne, fu notato da un poliziotto mentre inveiva contro chi aveva rubato la sua bicicletta. Quel poliziotto lo fece allenare alla celebre palestra Columbia, e da lì iniziò la favola di Cassius Clay, che deve il suo nome a quello di un politico abolizionista del XIX secolo. Il debutto di Clay fu decisamente scintillante, con l’oro olimpico a Roma nel 1960 (quindi nemmeno diciannovenne)nella categoria mediomassimi. Il pugile però si dovette confrontare spesso con il peggiore dei nemici: il razzismo. Proprio questa fu la motivazione che gli fece gettare nel fiume Ohio la medaglia appena conquistata (solo nel ’96 gli verrà consegnata una copia). Nel 1964 arrivò la conquista, a soli ventidue anni, del campionato mondiale, sconfiggendo in sole sette riprese lo statunitense Sonny Liston (1932-1970): era esattamente il 25 febbraio del 1964. E fu proprio in quell’anno che Clay finì alla ribalta anche per il suo carattere particolare, per le sue dichiarazioni al fulmicotone, per la sua spavalderia e quel curioso modo (come sarà anche sul ring) di farsi beffe dell’avversario di turno. Sembravano caratteristiche classiche da antipatico e invece furono quelle che lo fecero amare dal pubblico in modo viscerale. Il 1964 segna anche la sua conversione all’Islam e da quel momento è sulla bocca di tutti: nel 1966 prende posizione a favore delle battaglie condotte da Martin Luther King e Malcolm X, oltre a rifiutare di partecipare alla guerra del Vietnam, un conflitto che durò in pratica una ventina d’anni. Alì visse un momento buio della sua carriera, e potè tornare a combattere solamente cinque anni dopo, nel 1971.  Perse con Frazier ai punti ma nel 1974 riconquistò la corona sconfiggendo ai punti George Foreman a Kinshasa: si può tranquillamente affermare che sia stato uno degli incontri top, se non il migliore, del celebre pugile. Tanto che questo evento venne celebrato nel documentario ” quando eravamo re “. Nel 1976 Sylvester Stallone si ispirò chiaramente a lui nel creare il personaggio di Apollo Creed, che contende a Rocky Balboa la corona di campione del mondo dei pesi massimi. Nel 1978 però, iniziò la sua parabola discendente: venne sconfitto da Larry Holmes all’11^ripresa. Tre anni dopo smise di combattere dedicandosi ad opere di pace e a visite a scopo benefico: sempre tre anni dopo contrasse il morbo di Parkinson ma andò sempre a testa alta. Nel 1991 andò addirittura a parlamentare con Saddam Hussein per evitare il conflitto contro il suo amato paese. Sicuramente apprezzerebbe di essere ricordato per essersi fatto portabandiera degli interessi dei neri americani, di quei fratelli più sfortunati di lui. A noi piace invece ricordare ambedue gli aspetti della sua vita. Ciao Alì, vogliamo pensare a te come il campione dentro e fuori dal ring: ora sembra banale e trita retorica, ma lo eri davvero.

 

MASSIMILIANO GRANATO

  •   
  •  
  •  
  •