L’ultimo omaggio a Muhammad Alì

Pubblicato il autore: Giovanni Anania Segui
I Beatles e Muhammad Ali

I Beatles e Muhammad Ali

Il mondo si stringe, commosso, intorno al feretro di Cassius Clay, alias Muhammad Alì.
A Louisville, sua città natale, si sono celebrati i funerali del più grande. Unanime non solo il cordoglio, ma anche il consenso intorno alla sua figura.
Chissà cosa ne penserebbe Alì. Probabilmente se ne farebbe beffe.
C’è qualcosa di paradossale in questo ecumenico abbraccio nei suoi confronti. E di insopportabilmente politically correct. Un atteggiamento sociale che nulla ha a che spartire con Muhammad Alì. Al contrario, Alì era arrogante, spaccone, provocatore, irriverente, anticonformista. Remava controcorrente e cantava fuori dal coro. Dava scandalo. Un ribelle, come erano le icone pop dei formidabili anni ‘60. Un renitente alla leva.
Chissà se tutti coloro che oggi esaltano The Greatest si ricordano di Ernie Terrell, il gigantesco pugile di cui Alì avrebbe potuto sbarazzarsi facilmente, ma che invece tempestò di pugni per 15 infiniti round continuando a chiedergli «What’s my name?». E solo perché Terrell, alla vigilia dell’incontro, lo aveva chiamato con il suo «nome da schiavo»: Cassius Clay. Oppure si ricordano quando incitava la folla che gremiva lo Stade Tata Raphaël di Kinshasa per l’incontro del secolo contro George Foreman (The Rumble in the Jungle), a gridare « Alì Bumaye»: Alì, uccidilo!.  Oppure quando aggrediva i suoi avversari durante le operazioni di peso, prima ancora di salire sul ring. Guai se qualcuno lo facesse oggi. Ai moderni campioni dello sport si chiede dare l’esempio. Alì era inimitabile, e perciò ha segnato più di una generazione.
Finita la guerra fredda, e con un Presidente nero alla Casa Bianca, è anche troppo facile oggi ricordare Muhammad Alì come il paladino dei diritti civili o come l’alfiere del movimento pacifista, e ammonire che non bisogna abbassare la guardia.
Alì non lo farebbe. Non fu mai banale. Quando si batteva contro la guerra in Vietnam o le discriminazioni razziali, questi temi erano ancora caldi e controversi. Se le idee valgono per quello che costano,  Alì  le ha pagate care: tre anni di esilio dal ring, e non solo.
Piuttosto, guarderebbe ai nuovi conflitti religiosi.
Il maggior torto che si può fare alla memoria di Muhammad Alì è quello di relegarlo nell’album dei ricordi, insieme a Kennedy, a Papa Giovanni e a Martin Luther King. No, Alì può ancora rendere testimonianza all’Islam come religione di pace. Quanto ne avremmo bisogno….
Lo ha ricordato Bernie Sanders, candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti. Ma non ha ottenuto la nomination, e forse anche questo è un segno dei tempi. La tolleranza non va più di moda. Il mondo sta andando da un’altra parte. Anche dopo aver appeso i guantoni al chiodo, Mohammad Alì si sarebbe messo nuovamente di traverso, se il crudele morbo di Parkinson non lo avesse scalzato dalla ribalta pubblica.
Un ballerino del ring, che ha restituito la boxe alla sua dimensione di noble art, ma soprattutto uno straordinario influencer, come lo chiameremmo oggi: questo era Muhammad Alì. Più di tanti leaders politici ha caratterizzato un’epoca.
Un’epoca di giganti, l’epoca di Muhammad Alì.

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