Morto Cassius Clay Muhammad Alì tra storia e leggenda

Pubblicato il autore: Matteo Monaco Segui

MuhammadAlì

Forse Cassius Clay Muhammad Alì dopo la sua conversione all’islamismo, è stato il più forte pugile di tutti i tempi. Sicuramente è stato tra i più eleganti, tra i più belli da vedere esteticamente, tra i più combattivi. E sicuramente è stato tra i pugili, tra gli sportivi tutti, l’atleta che più ha dato per la causa dei neri d’America, per la causa del pacifismo: secondo molti senza lui Obama non sarebbe potuto esistere.

Nato a Louisville, in Kentucky, nel 1942 iniziò a boxare da giovanissimo, all’età di dodici anni sostenuto in questo dal poliziotto del suo quartiere. Dopo una brillante carriera tra i dilettanti, culminata con una grandissima vittoria a soli diciotto anni alle olimpiadi di Roma 1960 nella categoria dei mediomassimi, Cassius Clay diviene professionista, esordendo sconfiggendo con un Ko Lamar Clark e vincendo nei tre anni successivi diciotto successi arrivando a scontrarsi con l’allora campione mondiale dei pesi massimi Sonny Liston. L’eco del nuovo incontro fu subito enorme: il pubblico statunitense, che poco aveva apprezzato Liston, si schierò dalla parte del giovane campioncino afroamericano che conquistò i pubblico per il suo stile da ballerino, snodato e mobile come nessuno al mondo era stato nei pesi massimi. Come previsto e sperato Cassius Clay riesce a trionfare su Sonny Liston e confermando il proprio titolo anche l’anno successivo, nell’incontro forse più chiacchierato della storia di Clay, finito con la vittoria per Ko al primo round contro lo stesso Liston. Dopo questa vittoria si aprì per Clay il mondo del successo e della fama: continuerà vincendo 29 incontri consecutivi, di cui 22 per Ko e dimostrando una superiorità schiacciante nei confronti di tutti i suoi avversari. Nel frattempo, nel 1964, i converte alle fede islamica cambiando il suo nome in Mohammad Alì. Nel 1967 la svolta: il campione statunitense rifiuta di partire per la guerra in Vietnam: “Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro”, queste le parole di Mohammad Alì per giustificare il suo lato pacifista da una parte e estremamente bellicoso dall’altro. A seguito di queste dichiarazioni la federazione pugilistica statunitense lo tiene fuori dalla boxe per circa tre anni e mezzo.

Dopo la squalifica, nel 1971 torno sul ring e ci tornò da vincendo, sconfiggendo Quarry e Bonavena. credendo di essere pronto per giocarsi nuovamente il titolo mondiale contro l’allora campione in carica Joe Frazier, in quella che allora venne definita la partita del secolo. Alì non riuscì a battere il suo rivale che riuscì a sconfiggerlo ai punti mandandolo anche al tappeto nel quindicesimo round. Mohammad Alì conobbe così la sua prima sconfitta, sconfitta che si ripeté anche contro Ken Norton. Dopo queste sconfitte Alì si prese la rivincita con entrambi sconfiggendoli ai punti.

Nel frattempo nuovo campione dei massimi era diventato Foreman che in due incontri venne sonoramente sconfitto: nel primo match abbandonò la lotta nel secondo round e venne sconfitto per Ko tecnico. Il secondo match è sicuramente il più bell’incontro di Alì da un punto di vista tattico-tecnico.: per i primi cinque round si limitò a insultare e incassare colpi da Foreman con il solo obiettivo di stancarlo. Dopo questa fase e con un Foreman ormai con le energie al lumicino Alì iniziò a scatenarsi colpendo ripetutamente Foreman fino a sconfiggerlo per Ko tecnico.

Dopo queste vittorie Alì continuò a dominare la scena fino al termine degli anni Settanta quando la sua velocità iniziò a calare e non poté più mettere Ko i suoi avversari. Nel 1981 la malattia, il morbo di Parkinson iniziò a farsi sentire e gli venne diagnosticata nel 1984.

Nel 1996 fu l’ultimo teodoforo delle olimpiadi di Atlanta 1996 commuovendo il mondo, fino a oggi, in cui non è riuscito a vincere il suo ultimo combattimento, messo Ko (sul ring successe una sola volta) dalla malattia.

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