Totti a 360° da Costanzo: la Roma, Ilary e i tifosi. “Mio padre diceva che ero una pippa, ora anche i laziali mi amano”

Pubblicato il autore: Simone Cerroni Segui

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“Tu chiamale se vuoi …emozioni”, diceva una famosa canzone di Lucio Battisti. Chiamiamole come vogliamo: sensazioni piacevoli, adrenalina. Ognuno di noi gli da un nome, un peso. Tutti le sentono nella propria vita. In pochi però riescono a provarle e a farle provare a migliaia di persone. Uno  di questi è Francesco Totti che, nonostante i sogni, tutto si aspettava di diventare meno che quello che ormai rappresenta da 22 anni per il mondo del calcio. Il capitano giallorosso, lasciando da parte le polemiche di Juve-Roma, si è raccontato a 360 gradi in un’intervista a Panorama al suo amico Maurizio Costanzo. Racconti di gioventù, passioni, soddisfazioni, nazionale, tifosi e vita privata. C’è tutto. Anzi, tutte le emozioni che ti può riservare una vita come la sua.
Costanzo parte subito dall’infanzia e da quelle mattinate passate tra i banchi di scuola con le finestre aperte e il suono di un pallone battere su un campetto di cemento della Capitale. La risposta di Totti non si fa attendere: “Era irresistibile per me alzarmi dal banco, inventarmi una scusa qualsiasi e raggiungere gli altri a giocare a pallone”. Un richiamo che sentiva costantemente, ma che il padre sminuiva, convinto che la vera vocazione per il mondo del calcio era quella del fratello. “Mio padre ha detto, più o meno sempre, anche quando avevo i primi successi, che ero una pippa e che invece mio fratello era autenticamente bravo”. A quel punto la domanda per Costanzo è servita su un piatto d’argento. Ma se effettivamente Totti fosse rimasto come dice il padre una “pippa”, cosa avrebbe fatto nella vita il “Pupone”? Non mi sono mai posto l’idea dell’alternativa perché mi piaceva in maniera esagerata quello che facevo e poi mi sembrava straordinario poter lavorare coltivando la mia passione di sempre. Credo che questo sia un grande privilegio. Non so se i miei figli seguiranno la stessa strada. Non sono di quei padri che pensano di indirizzare i figli a un mestiere o a un altro: mi auguro, com’è successo a me, che facciano quello che fortemente desiderano fare”. Arriviamo dunque alla famiglia e a Ilary Blasi, altra grande, anzi grandissima emozione della sua vita. “llary e io viviamo insieme da tanti anni, mi sento di dire che ho più difetti io di lei e che ho trovato in Ilary una madre e una moglie perfetta. Mi viene un sospetto: non sarò molto fortunato? Sì, forse sono proprio molto fortunato”. Fortunato in amore fortunato nel lavoro? Be’ Francesco Totti è diventato” il Capitano” per le sue doti calcistiche non grazie alla buona sorte, anche se lui stesso dice che questa influisce in campo. Di cosa parla? Semplice, la tifoseria. “Credetemi, correre insieme alla squadra verso la Curva che ti appartiene, a conclusione di una partita vittoriosa, è una grande soddisfazione. lo lo vivo come un regalo, come se tutti i tifosi che riempiono quegli spalti mi abbracciassero uno dopo l’altro. Qualcuno mi dice: sarai dispiaciuto di non far parte più della Nazionale o comunque di essere convocato molto meno… Rispondo: sono talmente contento di come va la mia carriera adesso che ho 38 anni, che non ho proprio modo di lamentarmi per una convocazione in meno a Coverciano”. Poi Costanzo chiede qual’è il suo rimpianto più grande che, in fin dei conti è un qualcosa di irrealizzabile, anche per lui: “Non poter più vivere i momenti in cui scappavo a giocare”, risponde Totti. “Non posso più dire da grande vorrei fare il calciatore”. “Quando Totti si è Accorto di essere Francesco Totti”, chiede Costanzo. “Non ci avevo mai pensato”, risponde Totti. “E’ stata una scoperta casuale quando una volta, entrando in campo, uno sparuto gruppo di tifosi della squadra avversaria mi omaggiò di un saluto. È chiaro, omaggiavano il Totti della Nazionale, ma la cosa era talmente insolita che mi fece piacere”. Poi la battuta sui laziali non poteva mancare: “Chissà, forse ci può essere anche qualche laziale che, nel proprio intimo, a insaputa di tutti mi manda un saluto o mi applaude, non palesemente ma dentro di sé, quando entro in campo”. Infine la domanda sul futuro è di regola: “Hai già pensato cosa fare quando smetterai?”. La risposta seppure, vaga, non tarda ad arrivare:”Sì, in parte , ma siccome cambio spesso idea, non mi va di parlarne. Sarà per un’altra volta”.

 

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