Divieto di trasferta per i romanisti a Genova, l’ennesimo schiaffo alla credibilità del calcio

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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“E’ vietata la vendita dei tagliandi ai residenti della Regione Lazio anche se in possesso di tessera del tifoso”. Questo è il contenuto del comunicato che vieta ai supporters giallorossi di raggiungere Genova per sostenere la propria squadra nella difficile sfida di domenica prossima contro il lanciatissimo Genoa. Una contraddizione in termini, verrebbe da pensare. Casms e Osservatorio, due organi con compiti prettamente consultivi che in realtà con il passare degli anni hanno acquisito sempre più forza e potenza nello scacchiere autoritario di cui il calcio si fa ormai scudo, giustificano questa decisione con il rapporto di amicizia esistente tra la tifoseria genoana e quella napoletana. Cosa che, sempre secondo loro, coinciderebbe con possibili (o quasi certi) incidenti e disordine per “vendicare” i tristi avvenimenti dello scorso 3 maggio, quando a margine della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli il tifoso partenopeo Ciro Esposito perse la vita duranti gli incidenti di Tor di Quinto con alcuni tifosi romanisti.

La psicosi dilagante che ormai smuove e foraggia queste decisioni non fa ragionare su come questi organi, in accordo con le istituzioni calcistiche e politiche, prendano decisioni logicamente assurde. “Con la tessera del tifoso potranno andare tutti in trasferta, non ci saranno divieti” diceva nell’ormai lontano 2009 l’ex Ministro dell’Interni Roberto Maroni. Possiamo dire che si trattava quantomeno di un azzardo. Se prendiamo solo quest’anno sotto la lente d’ingrandimento possiamo asserire che ai tifosi veronesi (in possesso della card) è stata vietata la trasferta a Napoli con la scusa di “carenze strutturali del settore ospiti”. Stesse carenze che però non erano presenti nelle altre giornate di campionato, in cui al San Paolo le tifoserie ospiti in possesso di tessera hanno potuto regolarmente seguire la propria squadra. Ad eccezion fatta, ovviamente, dei romanisti, ma quello era prevedibile già dal 4 maggio. Non giusto, ma prevedibile. Non giusto perché i problemi non si risolvono vietando e allontanando le gente dagli stadi, ma semmai facendo sana prevenzione (cosa che in occasione della finale di Coppa Italia non fu fatto, visto le palesi negligenze della questura capitolina, cominciando dal percorso imposto ai tifosi campani). Sono dell’idea che questo Paese, se vuole e non si nasconde dietro piagnistei e clamori mediatici, può far disputare a porte aperte e con ambo le tifoserie Napoli-Roma piuttosto che Salernitana-Nocerina, senza poi riportare le grottesche e numerose occasioni in cui partite di serie inferiori, con poche centinaia di tifosi, vengono giocate senza spettatori ospiti o direttamente a porte chiuse.

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Stesso trattamento è spettato agli aficionados di Avellino e Cesena che hanno visto sbarrate le porte dell’Atleti Azzurri d’Italia per colpe non proprie (in realtà le colpe ancora si sta chiarendo di chi siano, dato che dalle notizie uscite quest’oggi molti degli arrestati si trovavano da tutt’altra parte al momento dei disordini dopo la partita con la Roma) . Ma si sa, la punizione in Italia non deve educare, ma colpire nel mucchio. E allora visto che ci siamo “abbiamo desertificato la nord atalantina, facciamo altrettanto con il settore ospiti”. Costi folli per coprire un’intelligence creata più per riempire le prime pagine dei giornali che per portare davvero sicurezza fuori e dentro gli stadi. Non potrebbe essere altrimenti, il numero di chi affolla gli spalti continua a diminuire e , checché se ne dica, gli incidenti sono esponenzialmente diminuiti rispetto a 20-25 anni fa. Anche perché se chiudiamo le autostrade dopo un paio di incidenti mortali, sicuramente non morirà più nessuno. Non per questo però gli automobilisti più esagitati impareranno a non ubriacarsi prima di guidare o a non andare a 220km/h su una strada dove il limite è 130. A buon intenditor, poche parole.

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Infine (solo cronologicamente, perché sicuramente ci saranno altri episodi simili) si arriva al divieto imposto ai tifosi romanisti per la trasferta di Genova. Secondo questure, prefetti, osservatori e Lega, Marassi diverrebbe campo di battaglia in nome di Ciro, in cui a far parte della contesa oltre ai capitolini ci sarebbero genoani e i gemellati napoletani. Teoria alquanto fantascientifica e pretenziosa. Inoltre, se la cosa è così risaputa, non si può evitare? In una società controllata in tutto e per tutto non si riesce a evitare che un migliaio di tifosi provenienti da fuori si scontrino con quelli di casa? Suvvia. Se servivano scuse per distruggere il tifo e sperimentare nuove tecniche di controllo sociale lo si dica senza peli sulla lingua. Come si deve dire che la tessera del tifoso, a distanza di anni, non serviva, non è servita e non servirà mai a nulla. “Trasferte libere” recitano gli striscioni di molte tifoserie sparse sulla nostra amata Penisola. Concordo. Perché vietare una trasferta anche nella partita più pericolosa, prima che essere una sconfitta per il calcio, è la totale dimostrazione d’incapacità, incompetenza e svogliatezza delle istituzioni. Figuriamoci poi quando questi divieti avvengono sulla base di una vera e propria discriminazioni territoriale (la stessa per cui venivano puniti i tifosi lo scorso anno dopo cori di sfottò esistenti da secoli). Come si può pretendere di essere un Paese forte, evoluto e libero se io non posso acquistare un tagliando per Genoa-Roma solamente perché residente a Roma? Se fossi stato un pazzo criminale ma residente ad Ancona, il biglietto sarebbe stato nelle mie mani. Giù la maschera, non è la sicurezza che volete.

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