LegaPro: Ancona-Ascoli, uno dei tanti derby distrutti dalle istituzioni

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui
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L’Italia si sa, oltre ad essere il paese dell’arte, della cultura e del buon cibo, è da sempre terra di campanilismi e rivalità cittadine. Uno status che l’italiano, a differenza di come oggi vogliono far credere molti giornali “urlatori”, vive con una certa ironia. Se pensiamo alla produzione cinematografica, letteraria e teatrale esistente in merito abbiamo già uno spaccato ben chiaro su quanto ciò faccia parte della nostra cultura. Resta celebre la scena di Toto alla stazione di Milano in “Totò, Peppino e la malafemmina”, piuttosto che, in tempi più recenti, quelle di Claudio Bisio in Campania nel remake di “Giù al Nord”. Insomma, i costumi e la cultura di un paese non andrebbero mai sradicati, in ogni campo.
Tuttavia esiste un luogo nel nostro Paese dove tutto ciò è stato preso di mira e additato, spesso, come il problema principale del crollo calcistico italiano. Parliamo ovviamente degli stadi. Queste zone descritte sovente come franche o teatro di guerre civili. Tante belle parole non suffragate però da altrettanti precisi dati. Su tutti quelli relativi a norme e cavilli burocratici esistenti e che fanno invidia a qualsiasi governo dittatoriale del Centroamerica (basti pensare alla flagranza differita di reato o al Daspo emesso dalla polizia anziché da un giudice come avviene in quasi tutti i paesi del mondo, anche e soprattutto nella tanto incensata Inghilterra). Lo scorso anno era in voga il chiudere le curve per cori di “discriminazione territoriale”, scelta che in questa stagione sembra esser stata accantonata. Forse anche perché in contrasto con una Federazione presieduta da chi può davvero moralizzare poco su razzismo e affini.
Tutto questo sermone per dire che i derby e le partite dove il campanile è il principale protagonista, sono il succo del calcio. Ancor più del pallone che rotola in mezzo al campo. Pensate, per un attimo, a un Roma-Lazio senza spettatori. Che fascino avrebbe? Eppure le istituzioni pallonare e non, sono poco interessate a questo. La loro non lungimiranza si manifesta sotto forma di divieti, tessere e biglietti venduti solo ai residenti del luogo X piuttosto che nel luogo Y. Venerdì prossimo si terrà allo stadio Del Conero di Ancona il derby tra i locali e l’Ascoli. Una sfida sentita che manca dal 2010. Un’opportunità, l’ennesima, di far vedere quanto i nostri stadi sanno ancora essere belli e carichi di fascino. L’impianto adriatico poi doverebbe essere una chicca, con oltre 20.000 spettatori di capienza, costruito negli anni ’90 ha ospitato diverse volte gare di Serie A e della Nazionale. Eppure si è deciso di mutilare lo spettacolo riducendo la capienza del settore ospiti (capace di raccogliere oltre 3.000 persone) a 1.000 biglietti. Una presa di decisione griffata Questura di Ancona e Commissione di Vigilanza che non è andata giù al tifo organizzato ascolani che per protesta ha deciso di disertare la trasferta ma raggiungere ugualmente Ancona per sostare fuori lo stadio. Con il rischio, qui sì, che si verifichino davvero problemi. E’ sicuramente più facile tenere a bada 3.000 persone in un settore dello stadio che 1.000 fuori, peraltro con il buio della sera. Dico ciò perché chi prende queste decisioni è solito enfatizzare anche il minimo movimento sbagliato dei tifosi. Ma evidentemente questa volta non faceva comodo.
E’ vero, sì, che la capienza del Del Conero è ridotta a 7.500 spettatori, ma ci chiediamo come sia possibile che ogni qual volta si presenti l’opportunità di uno spostamento massivo (l’Ascoli è primo in classifica, va ricordato) di tifosi puntualmente gli organi competenti tirino fuori dal cilindro nuovi divieti e nuove limitazioni? La Curva Sud di Ascoli ha, da quest’anno, sottoscritto la tessera del tifoso, dovrebbe bastare questo per evitare qualsiasi inibizione (almeno ciò dichiarò l’allora Ministro degli Interni Maroni che la mise in pratica).
E allora sarà un Derby delle Marche in tono minore. Una partita come le altre perché così si è voluta renderla. Appare sempre più ovvio che l’ordine pubblico, nella maggior parte dei casi, viene usato come scusa per ripulire il salottino a chi mette soldi nel calcio (su tutti le televisioni) e sbarazzarsi dei tifosi che rappresentano ormai un ostacolo per fare calcio a tutti i livelli. Se così non fosse non ci spiegheremmo come solo domenica scorsa, in occasione dell’incontro di Serie D tra Maceratese e Sambenedettese, sia stato possibile che 1.300 tifosi rossoblu si siano recati allo stadio Helvia Recina senza alcuna restrizione. Ci volete far credere che uno stadio di Serie D inaugurato nel 1964, per ovvie ragioni meno controllato e controllabile, è più sicuro di uno costruito fuori la città e con gli standard di sicurezza degli anni ’90 poi rafforzati per la Serie A? Si dicesse chiaramente che il calcio ormai è in mano alle decisioni delle questure, degli osservatori, dei comitati di sicurezza e del primo che si sveglia la mattina e desidera vietare o limitare la presenza del pubblico ospite. Tante volte parlare chiaro è più apprezzabile di raccontare bugie e utilizzare mezzi e mezzucci per annacquare notizie e ragioni di simili scelte.
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