Quella voglia d’Inghilterra che si ferma alle Alpi Orobiche

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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L’Italia è per antonomasia il paese della contraddizione e del sotterfugio. Non me ne vogliano sviliti e svilenti pseudo nazionalisti che preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia e far spallucce, ma alle nostre latitudini si rasenta spesso il ridicolo facendolo passare come giusto e necessario alla causa civile e democratica. Prendiamo ad esempio il calcio, se vogliamo mettere mano in un ambiente fondamentalmente ipocrita, non lungimirante e opportunista. Questo sport è stato protagonista nell’ultimo decennio di un’involuzione a tratti avanguardista per il nostro Paese, vale a dire quella che ha riguardato i tifosi. Colpiti da divieti, tessere e limitazioni in cambio di una quanto meno opinabile sicurezza negli stadi. Sicurezza che, visto il fallimento lapalissiano della tessera del tifoso e la svuotamento sistematico degli stadi, non era il vero obiettivo dei fautori di questo sistema. Una “lobby” ben orchestrata non solo dalle istituzioni, ma anche dalle televisioni. Basti pensare al divieto di introdurre negli stadi strumenti come megafoni o tamburi. Dal momento in cui nessuno è mai morto per un tamburo o l’eco di un megafono, cosa se non la pressione delle pay-tv (che vogliono offrire al proprio pubblico un prodotto lindo e pinto), può aver favorito l’allontanamento di questi oggetti? Così anno dopo anno si è andati sempre più a raschiare il fondo, trovando cervellotiche regole per la vendita dei biglietti e stigmatizzando qualsiasi insubordinazione da parte del pubblico per nascondere chi nel frattempo rovinava con il calcioscommesse, la desertificazione dei vivai e l’abbassamento del livello tecnico il nostro amato sport nazionale.

In questi anni abbiamo sentito, per bocca di presidenti federali, Ministri dell’Interno e fonti para-istituzionali le più assurde (ma paradossalmente credibili ai male informati) scuse per giustificare tutto ciò. La più gettonata resta quella che fa riferimento al modello inglese. “Gli inglesi hanno cacciato gli hooligans dai propri stadi” (per ritrovarseli nelle strade dove i problemi li creano costantemente Ndr) dicono. Parole elargite spesso senza la minima cognizione di causa su cosa voleva intendere il celebre “Taylor report” (dove si parlava di messa in sicurezza degli stadi e non di repressione e aumento sproporzionato dei biglietti) redatto all’indomani della strage di Hillsborough e quello che poi le istituzioni britanniche realmente realizzarono. Nessuno ricorda peraltro che sul finire degli anni ’80 l’allora Primo Ministro Thatcher voleva introdurre una sorta di tessera del tifoso per la tifoseria del Luton Town, in seguito ad alcuni cruenti incidenti accaduti contro i rivali del Millwall, ma il governo bocciò in toto la proposta perché ritenuta incostituzionale. Nessuno ricorda poi che nel Regno Unito le trasferte non sono vietate, non esistono limitazioni territoriali e i biglietti sono venduti senza bisogno di esibire documenti. Forse quando si cita un modello bisognerebbe conoscerne almeno le basi. “Eh ma li hanno le carceri dentro gli stadi”. Anche qui, ad onor del vero. Basta farsi un giretto all’Olimpico di Roma. Senza contare che l’Italia, in fatto di sicurezza negli stadi, conta la legislatura più contorta e ferrea del vecchio continente. Soldi e decreti spesi e ammucchiati l’uno sopra l’altro per dare in pasto all’opinione pubblica un’idea di autorevolezza che purtroppo in questa scalcinata penisola tenta a metter piede.

Così si arriva all’ultimo dei numerosi casi tragicomici in cui prefetti, questori, sindacati di polizia, osservatori e ministri si trovano ad architettare misure cervellotiche per chiudere stadi e far passare il messaggio che il problema del paese si annida attorno ai perimetri degli stadi. Grazie all’ennesimo decreto varato in estate, il Ministero dell’Interno si è arrogato il diritto di chiudere settore e disporre di divieti di trasferta per interi mesi, i primi a farne le spese sono stati i supporters atalantini in seguito ai disordini verificatosi all’esterno della “Brumana” dopo il match contro la Roma. Sia chiaro, un comportamento censurabile, ma rimane difficile spiegarsi perché verso alcune situazioni l’Italia riservi sempre una reazione spropositata e a tratti barbara mentre per altre (nella politica ad esempio) il garantismo e il lassismo siano sempre dietro l’angolo. Tre mesi di trasferte vietate a tutti (possessori di tessera e non) e partite da giocare in casa con la presenza esclusiva di chi ha sottoscritto la tessera del tifoso. Il risultato lo possiamo immaginare e già dalla partita di Coppa Italia contro l’Avellino (peraltro vietata ai supporters campani senza alcuna ragione) era sotto gli occhi di tutti. Uno stadio a dir poco vuoto all’interno e militarizzato all’esterno quasi dovesse arrivare il Papa in visita. Perché l’importante non è prevenire o arginare, ma far succedere e poi punire. Punire sempre e comunque. Intanto però la Questura bergamasca trattiene i video dei fatti incriminati e i genitori dei ragazzi attualmente in carcere ne chiedono la visione per scarcerare i propri cari. Ci saranno processi e provvedimenti di interdizione (D.a.spo), speriamo non sia uno dei tanti colpi a vuoto della giustizia italiana che in questi anni ci ha tristemente abituato a sparare nel mucchio per poi riconoscere gli errori senza però, quello mai, redimersi di fatto. Cosa che darebbe più credibilità alle istituzioni e ne consentirebbe forse maggiore rispetto da parte di tutti. Dentro e fuori gli stadi.

 

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