Addio a Gibì Fabbri. Il coraggio appartiene agli immortali

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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C’è stata un’epoca lontana, illuminata dalle prime tv a colori, in cui la provincia calcistica italiana ha sognato. C’è stato il Lane dei miracoli, quel Real Vicenza capace di arrivare a un tiro di schippo dalla Juventus Campione d’Italia nella stagione 1977/1978, che ha fatto innamorare una generazione intera di calciofili. Ha fatto sognare chi vedeva nel pallone il riscatto sociale del più debole e non una scienza perfetta in cui a vincere sono sempre i più forti. No signori. Quel Vicenza operaio e dal sangue blu allo stesso tempo aveva un mentore. Un maestro. O per meglio dire, un condottiero: Giovan Battista Fabbri. Gibì per tutti. Da San Pietro in Casale. Un emiliano purosangue. Uno che nelle vene ha lo stesso sangue di Enzo Ferrari per intenderci. Passione, amore per lo sport e tanta fantasia. Lui che calcisticamente ha conosciuto il massimo splendore dall’altra parte dell’Italia. A Messina, in riva allo Stretto con 157 presenze e 21 gol, nei più disparati ruoli. Dall’ala al mediano. Sì perché per Gibì l’importante era sapersi riadattare, cambiare prospettiva, correre ed avere sempre un obiettivo per il futuro. Così a fine carriera non ha problemi a salire sul primo treno, uno di quei carri ferrati che univano il Sud e il Nord con tempi a dir poco biblici, e mettersi alla guida del Varese prima, delle giovanili del Toro poi e infine, prima del suo capolavoro in terra veneta, ad attaccare cappello nella città degli Estensi. A Ferrara gioca la Spal, uno dei club storici del calcio italiano. In maglia biancazzurra fa esordiere un certo Fabio Capello.

E’ il Lanerossi del presidente Farina il suo Cavallo di Troia con cui entrare di soppiatto nella Serie A di fine anni ’70 e sorprendere i pall0nari di tutta Italia con intuizioni ed innovazioni di olandese memoria. Terzini che corrono avanti e indietro come forsennati e ruoli intercambiabili. Tutti debbono essere la squadra. Basta con la staticità dei ruoli. Due promozioni in altrettante stagioni gli valgono il balzo in massima serie. E allora basta anche con Paolo Rossi all’ala destra. Sì signori. Pabilito Rossi, quello delle notti magiche di Spagna ’82. Quelllo della tripletta all’imbattibile Brasile di Falcao e Socrates. Se Nando Martellini quella sera a Barcellona ha potuto raccontare una delle partite più celebri della nostra Nazionale è anche e soprattutto merito di Gibì. Perché quella scelta non solo fu a dir poco decisiva per il secondo posto dei berici (24 gol, titolo di capocannoniere e convocazione per i mondiali di Argentina ’78) ma fu il vero trampolino di lancio per l’attaccante che poi metterà nelle mani di Bearzot buona parte del Mondiale 1982.

L’anno dopo non va bene. E’ vero. Il Vicenza retrocede in Serie B e il calcio spettacolo della stagione precedente è solo un vano ricordo. Ma Gibì non si arrende. Va ad Ascoli, alla corte del vulcanico Costantino Rozzi, dove conquista un quinto posto in Serie A, miglior piazzamento di sempre per il club piceno. Provate voi a utilizzare una macchina del tempo ed a tornare indietro di 35 anni. Andate a Milanofiori, dove in quegli anni si svolgeva il calciomercato, e chiedete a chiunque vi capiti davanti cosa ne pensa di Fabbri. “Un genio”, “Un innovatore”, “Un avanguardista”. Perché nessun club ebbe il coraggio di farlo sedere sulla propria panchina? E chi lo sa. Forse paura di rischiare. Il genio nel calcio non sempre ha marciato di pari passo con il successo. Prendete un Roberto Mancini ad esempio. Erano gli anni dei Trapattoni e dei Liedholm. Sostanza e carattere. Gibì scende negli inferi della Serie C. Porta il Catanzaro in cadetteria. Tornerò altre due volte a Ferrara e sarà il primo della lunga serie di allenatori esonerati da Maurizio Zamparini, che sul finire degli anni ’80 lo vuole a Venezia. Ma neanche l’arroganza dell’attuale presidente del Palermo riesce a scalfire il mito che ormai Fabbri si è costruito attorno.

Gibì se ne va il 2 giugno del 2015. Di sera. Perché è così che fanno i grandi. Si nascondono tra le tenebre del buio, senza farsi vedere e senza salutare. Non è maleducazione. Ma soltanto rispetto per chi li ha amati e non vuole vederli soffrire. Aveva 89 anni suonati, eppure ancora soffriva per i suoi amori. Gibì infatti lascia questa terra esattamente tre giorni dopo la retrocessione del suo Messina tra i dilettanti e un giorno prima del ritorno della finale playoff tra il Vicenza e il Pescara. Al Lane non è bastato il battito del suo cuore e il suo tifo da lassù, da quelle nuvole tinte per l’occasione di biancorosso da cui è spuntato lui. Gibì. Voleva guidare i vicentini esattamente come 37 anni fa. Ma anche se non ci è riuscito i ragazzi della curva lo hanno ricordato. Con le lacrime agli occhi, anche se non lo conoscevano. Anche se tanti erano bambini e forse neanche sapevano delle imprese, più recenti, di Otero e Zauli. “Hai fatto la storia, ora sei nella leggenda. Ciao Gibì”. Così gli hanno scritto all’esterno dello stadio Menti. Ciao Gibì. Ci mancherai, è vero. Non solo perché il tuo calcio non c’è più. Non solo perché oggi è difficile sognare un pallone che porti la provincia ai massimi livelli. Ma anche e soprattutto perché di uomini che proveranno a stupire, inventare e migliorare ne avremo sempre meno. Ma quando vedremo una partita che finirà 0-0, con pochi tiri in porta e tanta noia ti penseremo dicendo: “Forse sarebbe bastato spostare quel giocatore dall’ala all’attacco. Bastava solo un po’ di coraggio”. E il coraggio appartiene agli immortali.

 

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