Il Barcellona e la Coppa Dei Campioni, una storia ambivalente

Pubblicato il autore: Andrea Chiavacci Segui

 Alexanco

Ci siamo. E’ arrivata la sera della grande sfida. A Berlino Juventus-Barcellona vale il trofeo più ambito nella storia del calcio moderno, la Champions League. Entrambi i club non hanno sempre avuto un rapporto facile con quella che una volta era la Coppa Dei Campioni. La Juventus, da sempre dominatrice in Italia, ne ha vinte due, l’ultima nel 1996, perdendo altre 5 finali. Sarà l’ottava  finale  anche per il Barcellona che ha alzato 4 volte il trofeo, ma ha trovato un certo feeling solamente negli ultimi dieci anni vincendo le tre finali nell’era Messi, Iniesta e Xavi. Al Parco dei Principi nel 2006 contro l’Arsenal per 2-1, a Roma nel 2009 contro il Manchester per 2-0 e sempre contro i Red Devils a Wembley con uno spettacolare 3-1 nel 2011. Unica sconfitta in una finale di Champions è quella clamorosa di Atene nel 1994 con il 4-0 inflittogli dal Milan di Fabio Capello. Analizziamo meglio la storia del novecento tra il Barcellona e la Coppa più importante per i club d’Europa attraverso le prime tre finali disputate, quelle pre Champions League.

Amaro ungherese. La Coppa Dei Campioni nasce nel 1955 per volere di Santiago Bernabeu, il presidente dei rivali storici del Barcellona, ovvero il padre e padrone del Real Madrid. I blancos vincono le prime cinque edizioni della Coppa Dei Campioni e incontrano la loro prima eliminazione solamente nel 1960-’61. Agli ottavi di finale è proprio il Barcellona campione di Spagna ad eliminare i detentori del trofeo imponendo il 2-2 a Madrid e vincendo 2-1 in casa. Se il Real aveva affiancato al grande Alfredo Di Stefano il genio magiaro di Ferenc Puskas, anche il Barcà aveva puntato su un pezzo della grande Ungheria che perse clamorosamente la finale dei mondiali del 1954 contro la Germania Ovest. C’è  Kocsis sulla trequarti e Czibor centravanti, guidati dal giovane talento di casa Luisito Suarez e dall’attaccante Evaristo. A centrocampo l’altro fuoriclasse ungherese Laszlo Kubala. Uno squadrone che dal 1957 al 1960 era stato allenato da  Helenio Herrera che vinse due titoli nazionali, due coppe del Re e una coppa delle Fiere, la nonna dell’Europa League. Manca solo la Coppa Dei Campioni. Herrera va all’Inter e lascia la squadra allo slavo Ljubisa Brocic. Il Barcellona arriva in finale eliminando anche Spartak Kralov e Amburgo, alla bella, ed è decisamente favorito contro il Benfica di Bela Guttman non ancora supportato dalle giocate della  perla nera del Mozambico, ovvero Eusebio. A Berna il 31 maggio del 1961 i blaugrana passano  in vantaggio al 20′ con Kocsis e la strada sembra subito in discesa. Il Benfica però si riorganizza e pareggia al 30′ con Aguas e subito dopo si porta in vantaggio grazie ad un clamoroso svarione del portiere Ramallets. Nella ripresa una prodezza chirurgica di Coluna ipoteca la sfida. Non basta la rete ad un quarto d’ora dalla fine di Czibor che fissa il definitivo 3-2. Come ai mondiali in Svizzera del 1954, Berna è un’altra volta fatale ai giocatori magiari.  Kubala lascerà il calcio giocato dopo questa partita e di li a poco diventerà allenatore della squadra.

Il grande incubo. Il club catalano esce per diverso tempo dalla grande ribalta. Anche negli anni 70 non riuscirà mai a vincere la coppa dalle grandi orecchie, nonostante riesca a rubare al grande Ajax uno dei più forti attaccanti moderni come  Neeskeens , il divino Cruijff e l’allenatore Rinus Michels. Nel 1974-’75 si fermerà alle semifinali eliminato dal Leeds United mandando in frantumi sogni e quattrini. Per ritrovare il Barcellona in finale bisogna attendere il 1986. Venticinque anni dopo Berna i blaugrana giocano quasi in casa e da strafavoriti. Il 7 maggio a Siviglia, si gioca prima rispetto alle date consuete a causa degli imminenti mondiali in Messico, e di fronte al Barcellona c’è la cenerentola Steaua Bucarest. I Rumeni sono un collettivo collaudato e rappresentano al meglio la scuola dell’est. Rigidità e disciplina prima di tutto sotto l’occhio vigile della famiglia Ceaucescu. In panchina Jenei guida in pratica gran parte della nazionale che due anni prima si qualificò agli europei in Francia facendo fuori anche l’Italia Mundial di Enzo Bearzot. Sulla carta il Barcà è troppo più forte e dopo aver eliminato lo Sparta Praga, il Porto e la Juventus ha fatto una clamorosa rimonta contro gli svedesi del Goteborg in semifinale, ribaltando al Camp Nou il 3-0 subito in scandinavia e passando ai rigori grazie alle prodezze di Urrutigoechea. Il Barcellona dopo aver parlato ungherese e olandese, mescola il suo naturale catalano alla lingua anglosassone. L’allenatore è l’inglese Terry Venables e in attacco c’è l’emergente scozzese Steve Archibald, giustiziere di Tacconi e della Juventus nei quarti di finale a Torino, e infine un pizzico di forza e classe teutonica viene portata dalla lunga chioma bionda di Bernd Schuster. A Siviglia la Steaua si difende bene e il portiere Helmut Ducadam non fatica a a frenare in tentativi di capitan Alexanco e compagni. Si va ai supplementari e infine ai rigori. Una delle finali più brutte di sempre. Il primo a partire dagli undici metri è Majaru, ma Urruttigoechea para. Va Alexanco e Ducadam non è da meno. L’esperto Boloni si fa ipnotizzare , poi però Ducadam diventa un eroe nazionale al pari di quelli eletti dal comunismo. Le prende tutte: la botta  angolata di Pedraza, quella centrale e potente del bomber Pichi Alonso e il debole rasoterra di Marcos. Sarà l’unico portiere nella storia della coppa a parare quattro rigori. Sarà l’unica finale dove i portieri hanno parato 6 rigori su 8, tanto da rendere il 2-0 finale per la Steaua un punteggio da novanta minuti regolamentari. Su Ducadam e su quello che vollero i Ceaucescu da questo storico successo ne sono state dette molte, mai smentite e mai confermate, ma quella grande Steaua Bucarest è finita dopo lo 0-4 subito tre anni dopo dal Milan di Sacchi proprio a Barcellona, anticipando la caduta del regime di pochi mesi.

L’incantesimo spezzato. Tornando al Barcellona nel 1992 si presenta un’altra grande occasione. E’ l’ultima Coppa Dei Campioni, dal 1992-’93’ sarà Champions League, l’unica disputa con dei gironi per qualificare le finaliste. Da una parte ce la fa la Sampdoria di Vialli e Mancini, dall’altra il Barcellona allenato da Johann Crujiff che fa fuori Sparta Praga, Benfica e Dinamo Kiev. Il 20 Maggio appuntamento con la storia davanti agli ottantamila di Wembley. Crujiff vinse qui con l’Ajax la sua prima Coppa Dei Campioni contro il Panathinaikos nel 1971. Il Barcà è  ancora favorito ma i ragazzi terribili di Boskov sono all’ultima recita e vogliono lasciare un ricordo indelebile all’uomo che li ha fatti crescere e diventare campioni d’Italia la stagione precedente. E’ una gran partita. Hristo Stoichkov guida il Barcellona in maglia arancione, in onore alla nazione del suo grande allenatore,  con lampi di classe sprecati da uno ” sciagurato” Julio Salinas che si mangia l’impossibile. Crujiff lo toglie di scena al 65′ per il centrocampista Goigoechea. Anche la Samp crea molto sostenuta dalla corsa di Lombardo e da un gruppo che gioca a memoria da anni.  Vialli sbaglia almeno tre palle gol nitide graziando il capitano  Zubizarreta. Stoichkov coglie un palo. Si va incredibilmente ai supplementari. Quando ormai sembra tutto pronto per i rigori l’arbitro tedesco Schmidhuber concede una contetstatissima punizione a due al Barcellona da venticinque metri. Bakero la tocca allo specialista Ronald , detto rambo, Koeman il quale esplode un destro che Pagliuca può solo sfiorare.  La folla catalana è in delirio. Poco dopo il giovane Pep Guardiola, tra i migliori in campo, lascia il posto ad Alexanco che dopo la delusione di Siviglia potrà alzare  la grande coppa con le orecchie e poi sfilare insieme ai compagni con la tradizionale maglia blaugrana. E’ la prima storica volta del Barcellona sul tetto d’Europa a pochi mesi dalle olimpiadi in terra catalana. Contemporaneamente la fine un po’ amara di un piccolo capolavoro della provincia italiana. Due anni dopo quel Barcellona finirà ancora più amaramente il suo ciclo ad Atene contro il Milan, con le uscite del portiere Andoni Zubizarreta e la presunzione di Cruijff messe sul banco degli imputati. I due però saranno per sempre considerati  pilastri fondamentali per il successo del 1992, considerato ancora oggi il più bello di tutti per chi tifa blaugrana.

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