Io, troglodita del pallone, non voglio lo stadio nuovo

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

stadio della roma

Partiamo da un presupposto che forse rappresenta il vero e proprio spartiacque per il lettore, libero di lasciare queste righe sin da subito. Il mio stadio ideale non è quello della Juventus, ne’ l’Emirates dell’Arsenal e tanto meno il Camp Nou del Barcellona. No. Gli stadi che mi hanno sempre fatto battere il cuore sono l’Olimpico, il San Paolo, il vecchio Comunale di Torino, il Franchi, il vecchio San Siro. Sono il Del Duca di Ascoli, il Partenio di Avellino, il Cibali di Catania, il Celeste di Messina e la Brumana di Bergamo. All’affermazione che ne consegue, vale a dire “fanno schifo”, rispondo con un semplice “si, può darsi, e allora?”. Sì perché io il calcio, e i suoi dintorni, non li ho mai visti con gli occhi dell’esteta o del calcolatore. Il calcio, insegnavano quelli bravi una volta, i Paolo Valenti o i Gianni Brera di cui oggi in tanti si riempiono ignobilmente la bocca, è passione popolare. E’ folklore. Sono i dialetti, le rivalità, i mille colori e non il grigiore verso il quale la prora calcistica mira chiaramente.

Metti una città. Roma. Metti una squadra. L’AS Roma. Metti una dirigenza americana che sin dal suo arrivo ha messo in chiaro il voler, sopratutto e innanzitutto, realizzare questo fantomatico stadio di proprietà. “Perché così arriveranno i risultati”. Ci hanno detto. “Perché così Roma potrà finalmente avere un brand internazionale”. Potremmo discutere sul come si arrivi ad esser grandi solo costruendo un impianto di gioco e senza dare una stabilità prettamente tecnica alla squadra negli anni precedenti. Ci hanno fatto l’esempio della Juventus. Ci hanno detto che se l’hanno fatto loro, beh lo possiamo fare anche noi. Allora mi verrebbe anche un quesito al caso: loro bene o male hanno sempre vinto, pure senza stadio di proprietà. Se lo facevano loro, lo potevamo fare anche noi. Perché ciò non è accaduto?

“Il nuovo stadio sarà la casa dei veri romanisti, in cui troveranno tutti i comfort e le famiglie potranno accedervi senza problemi di sicurezza”. Dicono. Sulla storia delle famiglie ci sarebbe da stendere un trattato, ormai è chiaro un po’ a tutti come quest’argomentazione venga usata a proprio piacimento per accalappiare consensi o incanalare opinioni, senza che in realtà qualcuno, ‘ste benedette famiglie, le voglia davvero allo stadio. No, perché se metti un biglietto di curva a 25 Euro e uno di Tribuna Tevere minimo a 70 nelle partite contro avversari improbabili, vorrei sapere perché minimo tre persone con un reddito medio dovrebbero scegliere di venirci. Mi sembra assurdo che in un eventuale nuovo impianto le cose possano andare diversamente. Semmai si andrà solo verso un incremento dei prezzi.

“La casa dei veri tifosi”? Innanzitutto vorrei sapere da chi conia questo genere di propagandistiche espressioni il diktat del vero tifoso. Perché ognuno ha un suo concetto di tifo. Per me il tifo più bello è quello della curva, in piedi per 90 minuti con bandiere, sciarpe, tamburi, torce e fumogeni. Ciononostante credo che in uno stadio ogni genere di tifoso debba avere il proprio posto. Ma per l’identikit tracciato dai miei gusti siamo sicuri ci possa essere spazio? I segnali lanciati dalla dirigenza negli ultimi due anni ci instradano per un sentiero diametralmente opposto. Fa comodo parlare di “Curva Sud muro umano che intimorirà gli avversari”, ma la realtà dei fatti, almeno per ora, sono i “fucking idiots”, gli stemmi villanamente cambiati nonostante l’opinione contraria di quel “muro umano”. Sono i prezzi alle stelle, come detto, e le maglie che forse celebrano più il “cuore granata” che l’AS Roma.

Inoltre sarebbe sempre curioso sapere quale fonte attendibile abbia stabilito che queste povere famiglie, usate alla stregua degli anarcoinsurrezionalisti quando ci sono degli attentati o dell’invadenza della suocera quando si tradisce la moglie, vogliano a tutti i costi seguire una partita sedute e con il loro bel bustone di popcorn affianco, sperando tutti insieme di far salire il colesterolo cattivo rispetto a quello buono.

Da qualche stagione a questa parte all’ombra del Colosseo siamo diventati un po’ tutti ragionieri, commercialisti e pure broker, all’occorrenza. Ma stiamo lentamente dimenticando il perché si è deciso di seguire una squadra, di amarla e onorarla finché morte non ci separi. Ci dimentichiamo di quei colori che i nostri padri, forse con meno pretese di noi seppur, paradossalmente, con qualche vittoria in più, hanno portato nel vecchio stadio Olimpico. Quello dei “Ti amo”, delle sciarpate, delle tribune non coperte e del duro rullio dei tamburi del Commando Ultrà. Ma in fondo stiamo dimenticando anche un po’ di noi stessi, che l’ultimo scudetto lo abbiamo vissuto nell’Olimpico attuale, su cui in molti ora sputano, alla ricerca di una novità che suona più come il voler “anglofizzare” ogni termine della nostra lingua per sembrare, appunto, più “cool”.

No, scusate, mi tiro fuori dalla schiera. Io, a queste condizioni e con queste premesse lo stadio nuovo non lo voglio. E non ne faccio un discorso economico o politico, ma prettamente sentimentale. La Roma non vincerà più nulla se non si edificherà questo impianto? Posto che la cosa mi sa più di bufala che altro, io seguo sempre il filo logico che chi è nato a Roma e ha scelto di tifare la Roma sapeva a prescindere che la sua vita di tifoso non sarebbe stata costellata di successi. Sconfitte e delusioni che negli anni sono arrivate copiose non certamente a causa dell’Olimpico. E’ vero, non produce introiti, ma non nascondiamoci dietro ad un dito, se qua non si cambia la mentalità con cui si approccia al pallone si potranno costruire tutti gli stadi del mondo, ma si giocherà sempre ad essere dei “finti ricchi”, che alla prima evenienza mettono a nudo tutte le proprie povertà.

Centri commerciali, cinema, negozi, ristoranti. Scusate, rimango nella mia arretratezza sportiva. Rimango nella mia atavica ignoranza del mondo economico. Perché di calcoli e di sottrazioni siamo abituati a farne sin troppi ogni giorno, ed allora laddove ancora si potrebbe sognare, laddove dovremmo esser legati da un cordone ombelicale che ci trasmette un lumicino della nostra spensieratezza infantile, non voglio matematica e rinnovamento. Voglio restare indietro. Lo dico senza peli sulla lingua. Perché in questo paese fare dei passi avanti spesso vuol dire per forza distruggere ciò che c’è stato prima, cestinandolo in una discarica e screditandolo senza problema. Dato che qualcuno venuto d’oltreoceano, foraggiando le teorie di parecchi indigeni, ha messo le mani avanti vestendo i panni del civilizzatore o dell’esportatore di democrazia a suon di scanner facciali nel nuovo stadio, io mi tengo tutto quello che mi ha fatto avvicinare al pallone ed al suo sconquassato mondo. Sono un troglodita. E fin quando potrò non mi tirerò indietro nel manifestarlo.

  •   
  •  
  •  
  •  
Tags: