Ledesma: un’altra bandiera ammainata

Pubblicato il autore: Mauro Simoncelli Segui

saluto ledesmsa

Dopo aver indossato la maglia con l’aquila sul petto per 318 volte, molte delle quali con la fascia da capitano al braccio, dopo nove anni di militanza  e permanenza nella nostra città, molto probabilmente domani sarà ufficializzato l’addio di Cristian Daniel Ledesma. Un’altra bandiera verrà ammainata. Scade proprio domani l’ultimo contratto che Ledesma aveva firmato, non senza fatica e patemi anche quella volta, davanti al presidente Claudio Lotito nel 2010, e le strade si divideranno probabilmente per sempre. La società ha legittimamente fatto la sua scelta ma come molte altre volte la riconoscenza non appartiene davvero a questo mondo del calcio. Ledesma non solo avrebbe accettato un semplice rinnovo ma sicuramente si sarebbe accontentato anche solo di un saluto ufficiale, di una chiamata che diceva che sì, la società ha fatto un’altra scelta, ma “grazie di tutto Cristian”,  invece di questo silenzio assordante.  Su Ledesma si possono pensare tante cose, può non piacere il suo modo di giocare ma su una cosa non si potrà mai discutere quando si racconteranno i suoi anni alla Lazio, il suo assoluto attaccamento ai colori biancocelesti! Ledesma rappresenta in tutto e per tutto lo stile e il significato della parola Lazialità. Una Lazialità non gridata, e non potrebbe essere altrimenti per uno proveniente dalla Patagonia  abituato ai silenzi infiniti, ma manifestata con tanti gesti e comportamenti.  Lui si è legato alla Lazio in maniera forte, si è sempre allenato e comportato con serietà per tutta questa ultima stagione dove l’allenatore, giustamente visto che è pagato per fare delle scelte, riteneva altri più adatti di lui al suo gioco ma ci piace pensare che il destino per una volta gli  aveva riservato un regalo finale. Quella mezz’ora finale a Napoli, nello spareggio Champions League, lo ha visto assoluto protagonista decisivo dell’ultimo scatto della “sua” Lazio per vincere anche quell’ultima battaglia e consegnarli l’ultimo traguardo tagliato insieme e gli assist per gli ultimi due decisivi gol della stagione sono proprio i suoi per mettere il definitivo punto esclamativo. Cristian Ledesma arrivò nell’estate del 2006 alla Lazio prelevato dal Lecce e ci mise solo poche partite ad entrare nel cuore della gente laziale. Il 10 dicembre, proprio contro la Roma nel suo primo derby giocato, decise di segnare il suo primo gol con la nuova maglia. Un siluro sotto l’incrocio dei pali che è rimasto impresso indelebile nella mente di tutti i tifosi. Da quel giorno in poi il feeling sarà sempre più stretto con Roma e la Lazio, nonostante altri problemi contrattuali lo terranno fuori rosa addirittura per tutto un girone d’andata nella stagione 2009-10 prima di essere richiamato a furor di popolo in campo per dare una mano a salvare una squadra in balia di onde pericolosissime. Questo perché Ledesma paga il non essere un uomo copertina, paga non essere ruffiano come tanti, paga anche una poca sintonia e simpatia con il direttore sportivo prima suo compagno di squadra, quelle cose che dovrebbero risolversi con una stretta di mano senza trascinarsi troppo fino alla rottura completa. La Champions League conquistata dopo anni di tentativi alla prima stagione con la maglia della Lazio, la Coppa Italia del 2009 alzata al cielo da capitano e soprattutto quella del 2013 vinta contro i rivali di sempre, la Roma. L’immagine al fischio finale di lui claudicante per un infortunio che lo aveva anche costretto ad abbandonare il campo, abbracciato e quasi sorretto da Maurizio Manzini, storico team manager della Lazio, in lacrime per una gioia immensa, sono una icona oramai per il tifoso della Lazio. Lo “scudetto di Roma” come fu ribattezzata quella partita, è stata forse l’apice della carriera biancoceleste di Ledesma perché pochi come lui, anche se straniero, dopo tanti anni di militanza ha sentito il peso della responsabilità di quella vittoria.

Lui che laziale ci è diventato per davvero,  che la maglia con l’aquila la sente senza retorica come una seconda pelle addosso, lui che quando segnava un gol esultava mimando il volo di quell’aquila simbolo della sua Lazio, con i suoi figli che cantano l’inno di Aldo Donati fin dalla tenere età, con una moglie conosciuta durante la sua prima esperienza italiana a Lecce e ora laziale anche lei più di tanti tifosi di Roma, una famiglia lazialissima quindi che non poteva non subire la pressione ma poi capirne l’importanza di una vittoria come quella del 26 maggio! Lui sul campo non si mai tirato indietro. Ha giocato anche quando le condizioni fisiche non glielo avrebbero permesso ma ha sempre saputo stringere i denti per dare il suo contributo. Una grande storia d’amore durata 9 anni e 318 partite e 14 gol, decimo giocatore assoluto come presenze nella storia ultracentenaria della società biancoceleste:  “Grazie per tutto l’affetto che mi avete dimostrato in questi nove anni. Sono stati anni intensi, valgono per quindici. Ho provato emozioni forti. I tifosi laziali sono stati il mio libro sul quale imparare la storia biancoceleste. Mi hanno insegnato e mi hanno raccontato la storia di questa maglia, fatta di lotte, sudore, ma anche gioie. Mi hanno insegnato cosa significhi ‘non mollare mai’”! Sembrano un testamento invece sono solo le ultima parole da laziale di un argentino che ha vissuto una grande storia d’amore con i nostri colori. Si chiude un avventura, si ammaina un’altra bandiera, la storia da calciatore proseguirà probabilmente da un’altra parte, indosserà un’altra maglia ma l’aquila rimarrà tatuata per sempre sul suo cuore.

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