Nuova maglia AS Roma, l’ennesimo affronto alla tradizione

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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“Mamma mi compri la maglia originale della Roma?”, “No, costa troppo!”. Quante volte ho sentito questo scambio di battute tra un piccolo pargolo innamorato della propria squadra e colei che coraggiosamente lo aveva messo al mondo. Sì perché avere la maglia originale, quella vera, che a passarci il naso vicino sentivi già il profumo del campo dove scendevano i tuoi idoli, era un sogno ardito quasi per tutti. Costavano, e costano tutt’ora, tanto. Troppo. Soprattutto per le tasche di chi firma generalmente il suo misero e discriminante contratto da metalmeccanico. E allora si rimaneva là a sognare, “tappando” la mancanza con i celebri “bancarellari”. Quelli del mercatino di Via Sannio per intenderci. Ma pure quelli, e chi è nato a Roma Sud lo conoscerà bene, della ” ‘scesa der Quadraro”. Là trovavi le classiche maglie false a 10.000 Lire. A inizio anni duemila ricordo che fu proprio un boom, dovuto soprattutto allo scudetto della Roma e si festeggiamenti dello stesso durati perlopiù sei mesi.

Ai tempi certamente nessuno pensava a combattere l’abusivismo che, a detta della nuova proprietà americana, è una delle piaghe che non permettono al marchio AS Roma di decollare. Le magliette generalmente si componevano di uno stemma talmente tarocco da far invidia alle rosse arance di Sicilia, e di un tessuto che se indossato d’estate portava in un battibaleno alla rosolia. I colori poi erano alternati, a volte sbiaditi manco fosse un’aranciata Santal, a volte più scuri in pieno stile Torino.

Di anni ne sono passati tanti ed il club di Piazzale Dino Viola ha cambiato dirigenti e, a dire il vero, alzato pochi altri trofei. Eppure nella stanza dei bottoni si è insediata una società statunitense che sin dagli albori ha voluto sottolineare le sue doti economiche e la sua volontà, tramite la costruzione di un nuovo stadio, di portare i giallorossi sul tetto del mondo. Cominciando proprio dal merchandising. Dal brand, come dicono quelli bravi. Quelli che hanno dimenticato che alla lettera M del dizionario di lingua italiana (un patrimonio culturale, va ricordato) esiste la voce “marchio”. Che poi vuol dire la stessa, identica, cosa. Questa società stars and stripes, sempre per parafrasare quelli bravi, ha cominciato a mettere le mani un po’ dappertutto (un po’ come il celebre Giginho de “L’allenatore nel pallone). Partendo proprio dallo stemma. Via quell’arcaico e bifolco ASR. Solo Roma. Perché, nel mondo, chi capisce cosa voglia dire ASR? La Sora Cecioni di Nuova York dovesse pensare: “Aoh, ma che vordì? A Stronzi Ritorno? Ammazza che cafoni sti romanisti!”. E allora via. E chi ci mettiamo al suo posto? Ma ovvio. L’ineffabile, unico e inimitabile (perché già era un’imitazione malriuscita) marchio Made in Via Sannio. Proprio lui. A tal punto che Augustarello della Garbatella si è detto: “Aoh, ma mica me voranno cojonà questi? Cioè a me la Finanza me vo’ fa contavvenzione pe’ du majette e questi m’hanno copiato l’idea e l’hanno pure legalizzata?”. Roba da pazzi.

Una stagione è passata in gloria, perché il Garcia I ha regalato un campionato di livello e in molti, ma non tutti, si erano quasi dimenticati del primo affronto verso la tradizione romanista. Ma l’opera di restyling (quelli bravi parlano così, scusatemi io userei volentieri l’italiano ma mi hanno detto che è roba passata) era appena iniziata. C’è un cavillo su cui la dirigenza si è fissata e dal quale proprio non si vuol smuovere. La data di nascita. E si perché a loro quel 22 luglio 1927 non è mai piaciuto. Cosa ci vogliamo fare? A luglio si sa, l’estate comincia ad essere torrida e se non si va in vacanza Roma diventa una città bunker, nella quale difficilmente si sopravvive con il calore che si sprigiona dall’asfalto delle sue strade. “Facciamo 8 giugno?” si sono detti sfruttando alcune voci che già giravano ai tempi della gestione precedente. “E facciamo ‘sto 8 giugno, almeno facciamo pure in tempo a vedere gli esami di maturità dei nostri fanciulli che poi voleranno alla Yale University”. Eppure i documenti parlerebbero chiaro: l’8 giugno 1927 si è trovato l’accordo per la fusione tra Alba, Roman e Fortitudo, mentre il 22 il tutto è stato ufficializzato con a capo dell’AS Roma l’On.Italo Foschi. Non sarebbe difficile ma si sa, questi americani a volte la storia proprio non la vogliono leggere. E se lo fanno, e per caso non gli va bene, allora giù con le cannonate.

Vorremmo parlare di ciliegine sulla torta, giusto per dare uno stop a questa storiella di mero protagonismo egocentrico finalizzato alla stortura delle tradizioni di uno dei club storici del pallone nostrano. Ma non ce la sentiamo. Perché al peggio non c’è mai fine. Sta di fatto che la presentazione delle magliette per la stagione 2015/2016 è un’altra chicca che gli amanti di un certo modo di seguire il calcio non vedranno di buon occhi. Ora, siamo grandi e vaccinati, sappiamo tutti che la Nike non brilla certo per buon gusto e sobrietà. Sarebbe come affidare la vestizione di un ricevimento nuziale a Massimo Ferrero. Divertente, sicuramente. Ma molto probabilmente fuori luogo. Non ancora paghi del lavoretto fatto sullo stemma si è ben pensato di ultimare la trasformazione “bancarellara” con una maglietta aggressive (quelli bravi sono sempre in agguato, meglio non usare troppo l’italiano). Che poi, volessimo dirla alla romana useremmo un solo e chiaro termine: coatta. Una tenuta dove spicca su tutto la banda superiore, nella zona delle spalle, di colore granata che, addizionata allo stemma crea un mix che si avvicina davvero di un soffio alle famose magliette vendute a Via Sannio all’inizio dei 2000. Forse lo stilista è del Torino? Chissà. Il dato inconfutabile è che sulla prima maglia della Roma campeggia un colore che non gli appartiene storicamente. Ennesimo affronto a tutto ciò che circonda una squadra di calcio e che la rende, per dirla alla catalana (almeno cambiamo un po’ idioma, citiamo la squadra politicamente corretta a tutti i costi e siamo tanto, ma tanto, fighi) “mes que un club”.

Sì perché essere tifosi, almeno in Italia, nella nostra sconquassata Penisola, non vuol dire certo andare allo stadio, sedersi con una cartocciata di popcorn a destra, un vasetto di burro d’arachidi sulla sinistra, ed applaudire a comando senza nessun reale sentimento di appartenenza se non quelli dettati dall’automatismo di certi comportamenti consolidati in una società ben diversa dalla nostra. La maglia, lo stemma, i colori. Per il tifoso sono tutto. Sono i legami indissolubili con la sua città e la sua squadra. Se piano piano, in sordina, si sta cercando di lavorare per annientare tutto ciò, si fa un errore madornale oltre che un’offesa a 88 anni di storia che verranno festeggiati tra un mese e 12 giorni. Sì perché la sera del 21 luglio, come accade ormai da anni, in tanti si ritroveranno nei pressi di Via degli Uffici del Vicario, a pochi passi dal Parlamento, per aspettare la mezzanotte. Ci saranno maglie giallorosse, con lo storico stemma ASR, e soprattutto ci sarà un popolo che preferisce perdere che esser deriso, preso in giro ed insultato quando le cose non vanno bene. Il “fucking idiots” è un qualcosa che il tifoso romanista manderà giù con difficoltà. E se tanto ci dà tanto, non pensare che tutte queste coincidenze siano casuali sarebbe sbagliato. Attaccarsi a una data o a un logo non concorre certo a formare l’identikit della grande società. RMCF. Real Madrid Football Club. Quale calciofilo non conosce questa sigla? La fama la fa la storia. Non il business. E la storia, con le tradizioni, devono resistere nonostante tutto.

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