Quando il campionato si tinse di giallorosso. 17 giugno 2001, la Roma è Campione d’Italia

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

Scudetto8

Domenica 17 giugno 2001. Tanti anni fa. Troppi per un calcio che si è trasformato, involuto ed ha perso parecchio del suo fascino primordiale. Domenica 17 giugno 2001 è una giornata caldissima, con la colonnina che sfiora i 40°. Uno scirocco torrido soffia severo ancora da Napoli, dallo stadio San Paolo, laddove due settimane prima Totti e compagni si sono bruscamente fermati sbattendo sulla punizione del formiano Pecchia e sull’incertezza di Antonioli. 2-2. Un lumicino di speranza per la salvezza partenopea e un magone sullo stomaco dei 10.000 cuori giallorossi che quel giorno hanno varcato il confine segnato dal fiume Garigliano. C’è delusione nei loro occhi. Alla stazione Termini, al rientro dei pullman nella Capitale. C’è attesa in quella settimana. Un’attesa che ha turbato le notti di un’intera città. Sì perché Roma è fatta così, non sa tenere a bada i propri umori e le proprie paure. Roma ti prende e ti lascia e tu neanche te ne sei accorto. E così fa anche la Roma, capace di dirti addio proprio sul più bello. In tanti di quei cuori ci sono passati. Il Liveropool, il Lecce, l’Inter in Coppa Uefa. Il fato, quando c’è di mezzo quella maglia sormontata dalla Lupa Capitolina, sa essere spietato.

Quel 17 giugno, dicevamo, il caldo riempie le strade vuote di una città che si è fermata. Ricolma dei suoi nastri giallorossi appesi alle finestre, dei suoi bandieroni ormai appoggiati ovunque e delle feste già preparate, contro ogni scaramanzia, e pronte solo ad esser consumate. Perché Roma è così, getta il sale per esorcizzare la sfortuna, ma dietro le quinte è già sicura di raggiungere traguardi che vanno ancora conquistati. La sua grandezza e il suo grande limite. Croce e delizia di un popolo sbarazzino e sfrontato, che senza accorgersene si presta spesso alla delusione cocente. I raggi del sole illuminano quella mattina di 14 anni fa. Nessuno ne vuole sapere di svolgere la classica vita del giorno di festa. Sì perché oggi più che le pastarelle da portare in famiglia e la lasagna da mangiare parlando di frivolezze con i parenti c’è uno scudetto da conquistare.

La Roma ha letteralmente dominato questo campionato. Nessuno si ricorda più del primo turno di Coppa Italia. Quello in cui la squadra di Capello è stata malamente estromessa dalla sorprendente Atalanta. Nessuno ricorda più della contestazione a Trigoria e della bufera scoppiata attorno a quella squadra. Ci hanno messo poco i ragazzi in maglia oro e porpora a conquistare la fiducia della gente. Un autogol di Castellini ed una rete di Totti hanno segnato il 2-0 sul Bologna, inaugurando il torneo. Samuel, Zago, Cafu, Candela, Emerson, Tommasi, Totti, Batistuta, Montella e Delvecchio. L’ossatura di una squadra che ai nastri di partenza si presenta per vincere. Vincere, anche senza convincere. Lo hanno detto i tifosi. Dopo lo scudetto della Lazio non tollereranno altre umiliazioni. Da queste parti è ancora indelebile, e insuperabile, il ricordo dell’ultimo tricolore e dell’ultimo ciclo vincente. Quello marchiato Dino Viola. Quello dei Falcao, dei Bruno Conti e degli Agostino Di Bartolomei. I padri lo hanno inculcato ai figli ed ora per due, forse tre, generazioni l’82/83 è un incubo, difficile da scalfire. Quei volti, quelle gesta, sono fermi ed irremovibili come la statua di Marco Aurelio all’ingresso del Campidoglio.

Si è rimboccato le maniche Fabio Capello. Un friulano schivo, che dietro la sua durezza ha imparato a misurare il polso di una città frenetica e senza mezzi misure. Uno che anni dopo perderà la faccia e il credito acquisito a queste latitudini passando alla Juventus. Ma rimanendo sempre uno degli artefici di quella cavalcata. Lo dice già alla quarta giornata, quando Hakan Sukur e Recoba gelano i romani a San Siro sponda nerazzurra. “Questa squadra vincerà lo scudetto”. Juve e Lazio sono state là tutto il campionato, ma alcuni momenti hanno segnato il dominio romanista non facendo quasi mai vacillare un’inerzia ben chiara sin dalla prima giornata. Ci sono due date che sono fondamentali: la vittoria nel derby d’andata, con l’autogol di Negro e la traversa di Nedved, che dà una certezza alla Roma, quella di avere l’inerzia dalla propria. Poi c’è la partita con la Juventus nel girone di ritorno, arrivata dopo il rocambolesco 2-2 nella stracittadina di ritorno. La Roma vince 2-0, ma un gol i Nedved e una staffilata di Castroman al 95′ assumono il peso di un macigno. A Torino è uno spartiacque, e Capello lo sa. Totti guarda verso il settore ospiti. Che praticamente è buona parte del vecchio Delle Alpi. Zidane, Del Piero. Stavolta sono i giallorossi a dover rincorrere. E tutto, secondo il copione, sembra esser perduto. Ci pensa il lontano Oriente a ridare ossigeno a una città. Entra Nakata e con una bordata dai 30 metri dimezza lo svantaggio. Ora tutti ci credono, la Juve non ne ha più. E’ ancora il nipponico a scaricare un tiro dalla distanza, Van Der Saar non trattiene e sulla ribattuta Montella sigla quello che, chi è nato sul finire degli anni ’80, ricorda certamente com il gol più emozionante ed eccitante di sempre.

Il 17 giugno 2001 è un melting pot di tutte le settimane precedenti. E’ l’afa di Napoli assieme alla serata umida col Milan, recuperata per i capelli dal pallonetto di Montella. Il Lungotevere sa di essere il centro del mondo per chiunque vi transiti. “Ognuno porti una bandiera giallorossa”. E’ questo il diktat della Curva Sud. Perché non si può fallire. C’è il Parma. E può essere scritta la storia. La Lazio gioca a Lecce, la Juventus in casa con l’Atalanta. Ma nessuno ci pensa. “Quando sono entrato in campo ho visto solo bandiere, ho avuto il cuore in gola”. Dirà Totti anni dopo. Alle 15:00 non c’è una persona, e dico una, che non voglia sapere cosa stia facendo la Roma. Anche chi il calcio non lo conosce minimamente. Ci sono le mamme che hanno cucito metri di stoffa per i propri figli e fidanzate che hanno pazientato con i propri ragazzi facendo spazio a una giornata di stadio.

In pochi sapranno descrivervi la sensazione che li avvolge mentre si avvicinano all’Olimpico. Il vialone è percorso con ansia ed attesa. I cancelli, la ressa e poi il prato verde che si apre minacciosamente davanti. Sì minacciosamente. Perché là sopra può scriversi un momento memorabile, ma può anche nascere un incubo infinito. Braschi scende in campo con le due squadre. La casacca gialloblu del Parma è l’unico indizio che ci fa intuire si tratti di una partita tra due differenti squadre. Tutto è a macchie gialle e rosse. Negli occhi dei giocatori si legge la responsabilità di cui si stanno facendo carico. Valle a deludere te ora centomila persone (siamo in un’epoca in cui anche se uno stadio è omologato per 80.000 c’entrano molti più spettatori).

La tensione si assottiglia minuto dopo minuto. C’è la spinta del pubblico. Ci sono i cori incessanti. E’ il 19′. Totti riceve un cross dalla sinistra. Non ci pensa due volte e colpisce il pallone con il destro. In una frazione di secondo la sfera muore stordita sulla rete della porta difesa da Buffon. E’ gol. Rete. Tor, direbbero i tedeschi. E’ il punto del vantaggio. Un fragrore scuote il quartiere Flaminio. Tutti lo aspettavano, perché lo 0-0 è un risultato pericoloso, soprattutto quando si protrae. Adesso si possono mollare gli ormeggi. Gli uomini di Capello capiscono che bisogna affondare il colpo e chiudere la contesa. Al 39′ Montella fa 2-0 e corre verso la Sud abbracciato da decine di persone. In tanti sentono che il traguardo è vicino, anche se mancano altri 45′.

In quell’intervallo c’è bisogno di acqua. L’estate romana è alle porte, e l’afa mischiata alla tensione rischia di fare brutti scherzi. Si fatica a spostarsi, anche in Tribuna Montemario, tanta è la calca. Braschi forse se ne accorge e ritorna in campo, fischiando l’inizio. Gli ultimi 45′ di campionato. Quelli che devono consacrare i Campioni d’Italia. Montella va di nuovo in gol, ma è annullato per fuorigioco. Ci sarebbe Batistuta, lui è venuto qui apposta per vincere questo titolo. Ha lasciato Firenze assieme ad Irina, non senza i sensi di colpa. Lo dicono le sue lacrime che qualche mese prima hanno “festeggiato” il gol fondamentale segnato proprio contro i Viola all’Olimpico. Il “Re Leone”, come lo hanno ribattezzato da queste parti, vuole mettere il punto esclamativo. E ci riesce. Il suo rasoterra trafigge ancora il portiere emiliano. Ora l’ansia diviene certezza. Diventa fibrillazione ed euforia. Di Vaio, che ha ancora qualche globulo biancoceleste nel corpo, segna il gol della bandiere. Ma forse nessuno se ne accorge.

Invasione di campo. Ma non è ancora finita. Capello sbraccia e si arrabbia ancor più della polizia, quasi incapace di ricacciare indietro i tifosi. Gli ultimi minuti si giocano in un ambiente inverosimile. Assiepati in campo con il pubblico a ridosso del perimetro di gioco, manco fosse il Palio di Siena, e molti giocatori costretti a stare in mutande a causa del “furto” di vestiario dei propri supporters. Ma l’epilogo è dietro l’angolo. Braschi fischia tre volte. La Roma è Campione d’Italia dopo quasi due decadi dall’ultima volta. Una gioia indescrivibile per i presenti. L’inizio di un’estate infinitamente festaiola per tifosi e giocatori. Ci sarà da ballare, bere e brindare ogni sera. In ogni quartiere e in ogni rione. Perché Roma è così. Non ha mezze misure ne’ limiti. Ora quei giocatori sono entrati nella storia, mettendo un sigillo encomiabile nel palmares societario. Ora la festa è di tutti, ed a 14 anni di distanza è ancora possibile vederne traccia girando per la città. Dal centro alla periferia. “Roma Campione”, la scritta più gettonata. Inchiostro nero su muri bianchi che rimanda indietro nel tempo, a memoria di quanto sia difficile, ma non impossibile, vincere nella Capitale.

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