Juventus Vidal e gli altri: quando lo “stile Juve” non perdona

Pubblicato il autore: Maria Giorgia Corolini Segui

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Juventus, Vidal e gli altri: quando lo “stile Juve” non perdona. Se c’è una squadra che ha fatto dello stile, dell’educazione e della sobrietà il proprio marchio di fabbrica questa è proprio la Vecchia Signora. L’espressione “stile Juve“, nata intorno agli anni ’30 per indicare il mix juventino di ethos sportivo e rigore imprenditoriale che aderivano ai principi di “correttezza, professionalità e capacità di conseguire il risultato con tutte le proprie forze“, è diventata negli anni il sinonimo dell’educazione, dell’eleganza e del basso profilo che hanno via via marchiato a fuoco tutti i calciatori entrati a far parte del club bianconero. Non solo gli eccessi di Vidal, quindi. Tanto per fare esempi recenti, Tevez e Zaza hanno subito una vera e propria “pulitura” dopo l’ingresso nel club. E Carlo Ancelotti? Che dire, dalle tute acetate e dai chiletti di troppo (per non parlare dello spiccato accento romagnolo), l’allenatore sembra averne fatta di strada: con il passaggio alla Juve si è trasformato in un gentleman in abito scuro dai modi e dall’accento vagamente settentrionali.

E poi il mai troppo amato Fabrizio Miccoli: si dice che il volto dell’attaccante trasudasse timore quando, davanti al contratto pronto da firmare per l’ingresso nella Juventus, l’allora dirigente Luciano Moggi gli disse: “Prima ti togli quell’orecchino e poi firmi“. L’orecchino scomparve, e il Romàrio del Salento smise di rasarsi i capelli: niente però poté sul tatuaggio con il volto di Che Guevara, fatto- sembrerebbe- per omaggiare l’idolo Maradona. Colpa o non colpa del “Che”, Miccoli fu poi cacciato e ceduto alla Fiorentina.

Come lui anche Stephan Appiah, che in un ritiro della Juventus a Chatillon si tolse l’orecchino prima della conferenza stampa. E così era solito fare anche Marco Di Vaio. Non Davids però. Lui, l’orecchino se lo tenne. Orecchino e tutto il resto, carattere compreso. A Torino si erano in un primo momento convinti di poterlo cambiare: il “Pitbull” non si sposava certo con lo “stile Juventus“. Nel dicembre del 1997, Edgar Davids era arrivato a Torino ed aveva iniziato da subito la sua fulgida ascesa: era davvero, come si diceva, un pitbull, e i bianconeri vinsero scudetto e Supercoppa Italiana. Poi la discesa, il nandrolone, il cattivo carattere, l’ingaggio di Appiah, ritenuto il suo naturale sostituto. E nonostante i tifosi vedessero in Davids quella voglia di combattere e di non mollare mai che è da sempre il marchio di fabbrica della Juventus, anche il “Pitbull” venne costretto a fare le valigie.

Sempre a proposito di orecchino, al tedesco Thomas Hassler andò meno bene: dopo aver sconvolto parecchi tifosi presentandosi con l’orecchino incriminato, durò soltanto un anno in bianconero. Erano i primi anni novanta, e da allora certamente tante cose sono cambiate. Come ha scritto Gaia Piccardi sul Corriere della Sera nel 2003, “Oggi il mondo prova a sollevarlo una generazione di uomini-sandwich che con la schiena, il torace, le gambe, la faccia, il lobo dell’orecchio, il marchio che ha scelto di pubblicizzare sotto la maglia, sbandiera la sua voglia di protagonismo dentro e fuori dal campo. Cosa non si farebbe per una foto, un’inquadratura, un fermo immagine in più?“. Eppure, alcuni tifosi sostengono ancora di essere in grado di capire il destino di un giocatore della Juve proprio da questo piccolo particolare, e a tal proposito ricordano Manuele Blasi: “Era appena arrivato alla Juve dal Perugia– dicono- ma si è fatto vedere in giro con due orecchini. Ed è finito in prestito al Parma“.

Dello “stile Juve” originale potrebbe probabilmente raccontarci qualcosa il “BaroneFranco Causio, che si fece due anni in punizione a Palermo e a Reggio Calabria prima di diventare una delle più forti ali destre bianconere di tutti i tempi: “Alla Juventus c’erano regole ferree– spiegò in un’intervista- in campo non si gesticolava, non si protestava con gli arbitri“.

Per molti il guru dello stile Juve, per conto dell’avvocato Agnelli, fu proprio Boniperti, che sembra avesse una vera e propria ossessione per il barbiere: trattare l’ingaggio con un nuovo arrivato e consigliarlo di passare a darsi una ripulita? Per Boniperti sembra fosse tutt’uno. Neanche Michel Platini, divenuto poi un’icona del contegno bianconero “come modello di rigore professionista e intelligenza tattica“, sfuggì al controllo etico e estetico del gruppo dirigente della Vecchia Signora: si dice che dopo aver brindato a spumante piemontese, Boniperti lo prese sottobraccio e gli disse: “Adesso giovanotto andiamo dal barbiere!“. Il riccioluto francese rimase interdetto, ma accettò. Poi fece un po’ come gli pareva.

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