La Sampdoria, la Vojvodina, Boskov e il declino del calcio italiano

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

boskov-460x200C’è un filo conduttore che collega la Sampdoria alla Vojvodina. Ci sono un allenatore e due prime volte di mezzo. Primavera 1966, a Novi Sad si festeggia per la prima volta la vittoria del campionato jugoslavo. Il condottiero che ha portato un’intera regione al successo è un certo Vujadin Boskov. E’ riuscito a rompere il dominio assoluto delle “velika četvorka”, le “grandi quattro” (Stella Rossa, Partizan Belgrado, Hajduk Spalato e Dinamo Zagabria). Lui, nato e cresciuto calcisticamente proprio con la casacca biancorossa. Non è un caso. Ma il primo di una serie di cavalcate trionfanti, che trovano l’ennesimo coronamento in un’altra primavera, quella del 1991. Stadio Marassi di Genova, la Sampdoria di Mancini e Vialli travolge il Lecce e per la prima volta nella sua storia può alzare i pugni al cielo bagnando di spumante il triangolino tricolore che dall’anno successivo decorerà le maglie blucerchiate.

Ventiquattro anni dopo, d’estate, in piena estate, le due squadre si ritrovano di fronte. Un incrocio di storie e destini difficile da spiegare. Lui, Vujadin, quello delle prime volte, non c’era sui seggiolini dell’Olimpico di Torino. Non se la sarebbe mai persa, dal pulpito del suo core metà doriano e metà biancorosso. Se n’è andato un anno fa, sempre di primavera. Nel silenzio rispettoso, come da copione del suo carattere da serbo atipico. Freddo e calcolatore ed allo stesso tempo ironico, metaforico e schietto. Gente di un altro calcio. Quel calcio in cui l’Italia contava. Era forte, bella, corteggiata ed ambita da mezzo globo pallonaro.

L’Italia del pallone che si paventa oggi davanti ai nostri occhi è completamente differente. Sì, è arrivata in finale di Champions ed ha portato qualche risultato in Europa League. Ma fa una fatica incredibile a carburare in campo internazionale. Paga le sue pecche, le sue lacune e le sue mancanze. Oltre all’incompetenza cronica dei suoi gestori, che non sanno essere lungimiranti e vedere oltre le proprie dita. La quaterna inflitta dai serbi alla Sampdoria di Zenga è ben più di una semplice debacle, è l’ennesima Caporetto di un movimento calcistico incapace ormai di fronteggiare anche i più elementari degli avversari. E la forma fisica non può essere un’attenuante. Trattasi dell’ennesima figuraccia che fa da termometro al nostro sport nazionale, prigioniero di exploit occasionali e sempre più impantanato nella melma.

Della serata di Torino (altro fatto discutibile, ma al quale ormai ci stiamo tristemente abituando, basti pensare a Carpi e Sassuolo, che una partita internazionale si debba giocare su un campo neutro perché quello della squadra di casa è sotto lavori) si salva così solo il ricordo storico del calcio che fu e dei suoi personaggi che lo hanno costruito. Boskov avrà vegliato dall’alto, e con il suo sarcasmo avrà lanciato una laconica frase per commentare questo 0-4. Se bisogna stare al passo con i tempi, ed accettarne i cambimenti, occorre anche mantenere le poche certezze che questi ultimi ci hanno dato. “Rigore è quando arbitro fischia”, diceva una massima del “condottiero” di cui sopra. Le squasre italiane non possono essere ridicolizzate senza dignità da movimenti calcistici storicamente inferiori. Aggiungiamo.

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