L’Olimpico e la divisione delle curve: il calcio romano muore nell’indifferenza

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

derby

Non mi va di buttarla sul sentimentale. Perché di sentimentale non c’è un bel niente. Sì, è vero. La Curva Sud era il cuore della Roma, la sua anima più profonda ed è stata la casa di tanti romanisti per anni. Per decenni. Ed ora, parlarne all’imperfetto poco prima che perisca, come si fa per il paziente che sul letto di morte sospira le sue ultime parole, è per me un colpo al cuore. Per me che quella Curva l’ho vissuta con rispetto, tensione, amore. Quello spazio dove ho vissuto emozioni irrazionali che ho faticato a ritrovare nella vita di tutti i giorni, pur avendo un’esistenza movimentata e di certo non solitaria. Ma la Curva Sud, bisogna dirlo e prenderne coscienza, non esiste più. Divisa. Spaccata. Trapassata da un muro, da un divisorio, da una vetrata. Da ciò che volete voi. Ma annientata semplicemente. Come fa un banale medicinale con un’altrettanto banale influenza. Un muro, una piccola riproduzione di altre colate di cemento che abbiamo studiato sui libri di storia e che hanno reso l’essere umano forte, ma piccolo e insensibile. Perché il dividere, il frammentare e lo spezzare è un atto vile. Infame. E’ la perfetta ammissione di incapacità, di ottusità mentale. Oltre che di laconica ignoranza sociale, seppure supportata da un sapiente copione seguito negli ultimi 15 anni. Fatto di biglietti nominativi, tornelli, tessere del tifoso, trasferte vietate, settori chiusi con la condizionale e abusi travestiti da Daspo.

Il silenzio mediatico e l’incapacità/disinteresse delle due società capitoline di bloccare, o quanto meno contrastare la folle scelta del Prefetto Gabrielli, sono tra gli aspetti più grotteschi di tutta la faccenda. Tanto da sembrare uno scenario costruito ad hoc. Guarda caso in estate, quando i più sono in vacanza e, tra un bagno e una crema solare, non hanno certo per la testa di andare a contestare una decisione prefettizia. Effettuata, è importante ricordarlo, soprattutto a coloro i quali quotidianamente riempiono le loro pagine con trattati sul come “riportare le famiglie allo stadio”, senza tenere minimamente conto di tutti quei tifosi che già avevano comprato il proprio abbonamento e che, in seguito alla divisione, si ritroveranno senza posto o, peggio ancora, separati dal proprio compagno di curva. E qui, altra sfaccettatura dell’infamia di cui sopra, appare chiaro il concetto di “disgregazione” da apporre davanti a quello di “aggregazione”. Le curve, gli ultras e lo stadio restano tra i pochi luoghi dove i ragazzi possono fare comunità, ed allora vanno distrutti. Vanno distrutti perché lo chiedono i magnificenti articoli di “Repubblica”, o gli indomiti  ed inappuntabili Ministri dalla fedina penale color grigio topo, provata dalle gittate di candeggina furtivamente lanciate per ripulirla.

Non c’è logica nella scelta. Non vi è funzionalità. Qualcuno, anche lo scribacchino del Prefetto, ci spieghi in senso pratico quali effetti anti violenza dovrebbe avere la divisione delle curve, il divieto di affiggere striscioni e drappi su vomitori e ballatoi, l’innalzare ulteriormente le barriere tra settori e il posizionare corridoi e transenne in fase di prefiltraggio? Posto che chiunque frequenti gli stadi capisce senza difficoltà la pretestuosità e l’inutilità di tali interventi (dato che all’interno dell’Olimpico sono ormai diversi anni che non succede nulla), come si fa a non maliziare e chiederci se tutto ciò sia atto a reprimere striscioni scomodi o pensieri non consoni alle “mission” della società? Prendiamo ad esempio il nuovo stemma della Roma, contestato da una parte del suo pubblico che rivuole il vecchio logo con la Lupa Capitolina che sormonta l’acronimo ASR. Sarà un caso che dalla prossima stagione verrà fatto divieto di affiggere qualsiasi simbolo proprio laddove negli ultimi due anni ha campeggiato lo stendardo con il vecchio stemma romanista? Come facciamo a non credere che per i presidenti tutto ciò piova come una manna dal cielo, permettendogli di togliersi dalle scatole, una volta per tutte, chi prova a tifare in maniera folkloristica tenendo in piedi parallelamente alcuni capisaldi del club?

Da queste parti si fanno richieste per le Olimpiadi. Si ragiona in grande, ma la realtà ci appare ben altra. Ci si rifà sommariamente e populisticamente a modelli esteri. All’Inghilterra, su tutti. Beh, sappiano lor signori che negli stadi di Sua Maestà non esistono barriere. Tanto meno esistono curve divise. Perché è la normalità dei fatti. Senza contare che negli ultimi anni in Europa si sta facendo di tutto per eliminare ogni genere di barriera posta sulle gradinate. Vi svelo un segreto: in Germania, anche nell’avveniristica Allianz Arena di Monaco di Baviera, non c’è alcuna vetrata che delimita i settori (eccezion fatta per quello destinato agli ospiti). Così come in quasi tutti gli stadi professionistici del Paese. E non ci venite a propinare la solita, stucchevole e falseggiante risposta “Eh ma vuoi mettere, in Germania mica si menano per una partita di calcio”. Innanzitutto perché voi, con questi assiomi, siete la vera feccia nazionale, che non permetterà mai all’Italia di comprendere le proprie potenzialità ed i propri lati positivi, ma soprattutto perché state dicendo delle falsità. In Germania, sempre per fare un esempio, la violenza correlata alle manifestazioni sportive è ampiamente incrementata negli ultimi anni. Eppure i tedeschi non si sognerebbero mai di innalzare muri. Forse perché loro quello originale, e più significativo, ce l’hanno avuto in casa e ne capiscono appieno il significato.

Mi chiedo, da cittadino romano, come sia possibile che una città in piena implosione su se stessa, con municipi che cadono continuamente sotto i colpi di Mafia Capitale e un comune che, miracolosamente, non è stato ancora commissariato, abbia come primo pensiero l’innalzare un muro nelle due curve dello stadio Olimpico. E’ demagogia signori? Potrà anche essere, ma a mio avviso sono quesito da porci. Perché tutto intorno ci crolla, immerso nella disillusione del cittadino medio dell’Urbe, rassegnato al proprio destino. Non solo quello sportivo. Eppure si va a colpire un aspetto marginale della città. Un qualcosa che apre i propri battenti una, massimo due, volte alla settimana. Facile. Elementare direi. Molto più comodo che tentare di risolvere problemi annosi.

Pesa il silenzio di Roma e Lazio. Un silenzio colpevole ed a tratti vergognoso. Perché se non si può cambiare una scelta dettata dalle istituzioni, si può quanto meno provare a dialogare e trovare un compromesso. O quanto meno risarcire quei tifosi che in origine hanno sborsato soldi per seguire la partita da un preciso settore ed ora si ritrovano con una situazione profondamente modificata (invece il rimborso andrà solo a chi è rientrato nel calderone dei 128 seggiolini eliminati). Si chiama democrazia no? E anche marketing, rapporto con i propri utenti. Gli americani (che non cito a caso) provano ad insegnarlo costantemente al mondo intero salvo poi, tornando alla realtà calcistica, inciampare sulle basi: imponendo stemmi e colori delle maglie, senza chiedere il parere a chi per queste cose vive dedicando tempo e lavoro, e vendendo una curva distante decine di metri dal campo a 25 Euro per una partita contro squadre degne del miglior campionato scozzese.

Le curve dell’Olimpico muoiono nell’indifferenza. Un’indifferenza colpevole perché complice. Un’indifferenza figlia dello schiavismo editoriale e politico. Degna del miglior regime dittatoriale. Le curve muoiono dopo aver rappresentato per anni un simbolo di colore, fantasia, allegria e folklore. Muoiono senza che tutti quei soloni che vi hanno scritto libri e articoli spendano una sola parola. Muoiono perché forse, nel contesto sociale e calcistico del 2015 è giusto così. Non c’è spazio per le curve, per le loro coreografie e i loro cori. Il moralista urlatore invoca sicurezza e le istituzioni gliela danno. Un finta sicurezza. Sia chiaro. Travestita da spese inutili. Poco importa se quei pochi incidenti che si verificano, capitino al di fuori dello stadio. La sperimentazione sociale, il “dividi ed impera”, si fa dentro. Perché dentro queste fantomatiche istituzioni possono dare la loro prova di forza. Possono far vedere al Paese intero che a Roma non si gioca e il pugno duro della legge vigila e tiene tutto sotto controllo. Che la realtà sia un’altra, quello poco importa. Alfano ha comandato così, Gabrielli ha eseguito. Le società calcistiche hanno dato il loro placet. Poco altro da dire.

Un altro lumino sul calcio capitolino è stato posto. Perché il pallone, almeno per come la vede il tifoso di un certo modo, è anche e soprattutto sentimento. Il pallone a Roma non è mai stato “vincere e fregarsene del resto”. Perché il resto è quello che ci ha sempre dato la spinta per tifare Roma o Lazio. Ed allora i Pallotta di turno forse farebbero più bella figura a giocare a carte scoperte. Dire chiaramente che nel proprio progetto per il tifo organizzato non vi è più posto. Del resto il loro modus operandi non differisce da tutto ciò. Saranno tempi duri, in cui bisognerà prepararsi al peggio e tenersi stretti i ricordi ed il perché si è cominciato a tifare la propria squadra. Le violenteranno, le sporcheranno e le modificheranno. Il calcio a Roma è stato ragione di vita, ora è in vendita. Anche tra i tifosi. L’amore viene venduto in cambio di vittorie che magari un giorno arriveranno. Ma magari no. Di certo quando si ama un qualcosa lo si fa per ciò che è. Ma se questo qualcosa cambia, diventa insipido, finto e ostile, anche se vincente, ci sono due modi di reagire: dire basta o continuare ad amarlo anche sapendo che si sta perdendo la dignità. Ognuno farà le proprie scelte. Io rimango dell’idea che salire le scalette, vedere di fronte la curva avversaria al derby e sentirsi trascinato e protetto da diecimila cuori in palpitazione, come te, è una delle cose più belle che il calcio possa regalare. In assenza di questo pathos, lo sport perde persino di significato. Figuriamoci le vittorie.

Tra sei giorni sarà il 22 luglio. In Via degli Uffici del Vicario, nel cuore della città più bella del mondo, si raduneranno centinaia di ragazzi pronti a festeggiare gli 88 anni della Roma. La maggior parte saranno proprio quei “fuckong idiots” che hanno “causato” la divisione dei settori. A loro vogliono togliere anche quella gioia, visto che la dirigenza romanista sin dal suo arrivo ha foraggiato un concetto tirato fuori da Rosella Sensi: la Roma non è nata il 22 luglio. A loro hanno tolto la curva, vogliono togliere la data di nascita, hanno “regalato” maglie color granata, li hanno relegati in un angoletto, hanno infangato il loro stemma e li hanno punzecchiati pubblicando sulla pagina ufficiale dell’AS Roma gli auguri per Lionello Manfredonia, salvo quasi dimenticare di celebrare la ricorrenza del terzo scudetto. Saremo maligni e in malafede, ma a pensar male non si sbaglia mai. Niente è casuale. Sarà per questo che il tifoso del futuro deve essere un ingenuo ottimista, seduto con i popcorn in mano e dedito al politicamente corretto. Tutto ha un inizio e tutto ha una fine. La nostra è arrivata. Attesa, ma ugualmente dolorosa. Addio Curva Sud e Curva Nord. Il vostro ricordo è già leggenda, siete state le pagine più belle del calcio romano!

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