Roma, i tifosi festeggiano gli 88 anni. In Via degli Uffici del Vicario il popolo che nessuno vuole più

Pubblicato il autore: Simone Meloni Segui

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Io c’ero quella volta con i parigini a Saint Etienne. C’ero e vidi con i miei occhi cosa può fare una società quando non vuole più i propri tifosi organizzati. Vendita degli abbonamenti con assegnazione casuale dei posti nei settori popolari, diffide random anche per aver attaccato un adesivo contro la dirigenza allo Stade de France e totale scioglimento di tutti i gruppi ultras. Io c’ero quella volta. Viaggiammo per tutto il Paese e i ragazzi mi raccontarono cosa volesse dire non avere più la propria squadra. Essere ospiti indesiderati in casa propria. Perché ormai il business lo ordina e la facciata buonista cui i club dovrebbero tenere botta è più forte di qualsiasi richiamo alle storie di calcio, al pallone dei sentimenti. Io quella volta ero con loro, e vidi chiaramente il futuro del calcio italiano. Immaginando tutto ciò in seno alle società di casa nostra. Io quella sera, nella tana dei “verts”, capii che sebbene in Italia questo sport fosse ancora minimamente ancorato a delle tradizioni, maggiormente rispetto alla Francia, prima o poi si sarebbe arrivati a questo punto.

Lo ammetto. A me la divisione delle curve dello stadio Olimpico non ha colpito più di tanto, dal punto di vista razionale. Anzi, me l’aspettavo. Tanti fattori indicavano una strada che da qualche anno si stava ben delineando. Gli ultras non ci devono più essere nel calcio. E la Roma, in qualità di società pilota (almeno secondo i fanfaroni che tessono le lodi di una dirigenza brava nell’arte oratoria e deficitaria in quella sportiva ed umanistica), poteva essere la prima a dare il segnale. Per questo non credo che la società sia incolpevole e vittima della scelta prefettizia. Ragionandoci su ci sono troppe cose che mi fanno pensare male. Gli abbonamente già incassati che quindi non costituivano nessun pericolo di perdita economica, la scelta di Gabrielli partorita in piena estate e la quasi certezza che in un anno, con un buon campionato, in tanti dimenticheranno la faccenda. Archiviando la frammentazione dei settori come normale routine. Destino già toccato a biglietti nominativi, tornelli e tessera del tifoso. Noi tifosi di calcio siamo degli stupidi incoerenti. Spesso pure ipocriti.

Ci stavo pensando ieri sera. Mentre i 35 gradi della Capitale, nonostante fossero le dieci di sera, mi divoravano in macchina. Passando per il Circo Massimo prima e per Piazza Venezia poi. Senza riuscire a trovare parcheggio per la macchina ovviamente. In un anonimo martedì sera che evidentemente i turisti hanno scambiato per un giorno di festa. Pensavo, inoltrandomi per Via del Corso, a quanto da piccolo ritenessi impossibile sbadigliare in curva. Sì, perché lo sbadiglio è sinonimo di disinteresse e noia. E per me era come, per un cattolico, bestemmiare in chiesa. Nella casa del Signore. Ecco, l’Olimpico è stata per anni la casa del signore. Un luogo dove entrare con rispetto. In punta di piedi. Quasi silenti. Perché quei seggiolini blu erano un qualcosa che mi metteva in subbuglio lo stomaco e sapevo che avrebbero influenzato il mio fine settimana e non solo. L’hanno voluto distruggere. Questa poesia armoniosa, folse sdolcinata, è stata trafitta, affondata ed uccisa. Con l’ultimo colpo sferrato dalla premiata ditta Prefettura/AS Roma/SS Lazio. Ecco perché quest’anno ci tenevo ad essere in Via degli Uffici del Vicario. Ecco perché una volta tanto esco dal seminato e dall’imparzialità, o presunta tale, facendo un racconto “di parte”. Ma non contro qualcuno, semmai “per” qualcuno. Per tutti. Per quelli che là, in quel piccolo lembo compreso tra il Pantheon e il Parlamento c’erano. Ma anche per quelli che di Roma e della Roma non gliene frega nulla. O che la odiano addirittura. Perché la questione va ben oltre questi discorsi. Oggi a me, domani a te. Il dado è tratto. In tutta la Penisola. L’Olimpico forse sarà solo il primo degli stadi in cui muri e divisori, ancor più di quelli già esistenti, prenderanno piede ignobilmente.

Ci sono state intere classi dirigenziali griffate AS Roma che hanno difeso a spada tratta il proprio tifo. E non solo per motivi sentimentali (al Libro Cuore oggi giorni chi ci crede più?), ma anche solo per convenienza. Il solco è stato tracciato quando qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio, volontariamente, tasselli intoccabili come la dateadi fondazione, e chi è arrivato dopo ha messo nero su bianco. Tra stemmi modificati, biglietti rincarati vergognosamente e dichiarazioni degne del miglior governatore dell’Alabama negli anni ’60. Per far felici i tifosi, in fondo, ci vorrebbe anche poco. E quando quel poco non vuoi darlo, è perché te li vuoi togliere dalle palle. Almeno una parte di loro. Te li vuoi scacciare dai coglioni perché il supporter medio deve essere uno che pensa sia giusto vincere malgrado tutto e tutti, pure cambiando la casacca della propria squadra e magari mettendo al centro del proprio simbolo un bel panettone della Motta. Il tifoso prototipo, ed è inutile che ci giriamo attorno, ha interesse affinché Dzeko, piuttosto che Salah, vestano la maglia giallorossa invece di pensare alla morte di un qualcosa che ha fatto la storia della propria società, come la Curva Sud. Non capendo che una società vincente non passa giocoforza per l’eliminazione del tifo e l’innalzamento di barriere più degne dell’Ucciardone che di un luogo dove si dovrebbe semplicemente fare aggregazione. La lotta alla violenza, come ormai è chiaro, è una scusa per foraggiare qualsiasi tipo di scelta. Anche la più impopolare. Il lavaggio del cervello, poi, sarà il giusto antibiotico per anestetizzare anche quelle piccole sacche che resistono utilizzando qualche neurone. Il tifoso del 2030 deve essere uno che si infervora, al massimo, perché la propria squadra non ha realizzato una plusvalenza oppure ha dato un milione in più del dovuto ad un giocatore nel mercato di riparazione.

Lo dico francamente. Le ho guardate con nostalgia e con gli occhi gonfi di lacrime quelle torce che si accendevano in Via degli Uffici del Vicario. Ho visto con emozione e tristezza tutti quei ragazzi di sedici o diciassettanni che vorrebbero vivere almeno un terzo di ciò che i loro padri hanno potuto saggiare negli stadi. C’erano i fumogeni. Le bandiere. Poi c’erano anche gli striscioni contro la divisione dei settori ed i cori contro chi questa scelta l’ha avallata. Ma c’era soprattutto il cuore della Sud, e quindi il cuore della Roma. Se guardavi bene, potevi vedere quelli che si erano fatti 1600 chilometri per un inutile turno di Coppa Italia a Trieste, o quelli che dopo la squalifica del campo si erano sobbarcati tre volte il campo neutro di Palermo. C’era chi la Roma l’ha seguita a Bergamo, nella primavera del 2005, quando solo un gol di Cassano la salvò dalla Serie B. C’erano quelli di Tromso, di Nova Gorica, di Tampere e di Silkeborg. Quelli di Bratislava e della storica trasferta a Mosca, contro il Cska, nel 1984. C’era chi pur vivendo la Sud, è riuscito ad alzare la penna e scrivere un articolo su Roma-Liverpool, il giorno dopo la più grande delusione della storia romanista. Erano gli stessi che esultarono senza remore quasi un mese dopo, quando un autogol di Ferroni gli regalò la Coppa Italia contro il Verona. Se alzavi lo sguardo c’era la Sora Luisa, con il suo ombrellino giallorosso che vedevi nel settore pure il 30 agosto a Lecce, con 43 gradi all’ombra.

In Via degli Uffici del Vicario c’era tutto questo. Perché la Roma, come qualsiasi altro club per i proprio tifosi “credenti”, non è solo una macchina per produrre soldi. Perché “mas que un club” è un assioma che mai dovrebbe usare un sodalzio così mercificato e snaturato come il Barcellona. “Mas que un club” è un concetto che può ben esplicare chi il club se lo sta vedendo soffiare sotto gli occhi. Perché in Via degli Uffici del Vicario si sono festeggiati gli 88 anni dell’AS Roma. Ma si è celebrato e vegliato anche sulla fine di un’era, che mai tornerà. Ci fu un tempo in cui un capitano indimenticato, che se n’è andato il 30 maggio del 1994 inghiottito dalle prime avvisaglie di ciò che questo pallone sarebbe diventato, disse: “Ci sono i tifosi di calcio, poi ci sono quelli della Roma”. Punto. Chi ha deciso di rinunciare a questo patrimonio merita la solitudine. Merita di vincere una Coppa dei Campioni in uno stadio di marionette sedute con i popcorn in mano. “Eh, ma sti cazzi. Basta che mi fanno vincere”. Tanto questa sarà la risposta. Allora addio. C’è un tempo per tutti. Il nostro De Profundis” lo abbiamo ampiamente recitato. Auguri Roma mia, come recitava una vecchia canzone: “La nostra fede mai morrà”.

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