Mancini ha riesumato l’Inter forte e maldestra

Pubblicato il autore: Fabrizio Caminiti Segui

atalanta-inter

Se il buongiorno si vede dal mattino già da tempo si intuivano le intenzioni di Mancini. Chi lo sentì parlare di Yaya Tourè dallo scorso maggio capì che il tecnico di Jesi non avrebbe voluto la solita stagione di incertezze e mezze verità, ma solo responsabilità e voglia di fare qualcosa di straordinario. Si è parlato di un Mancini spavaldo e irresponsabile, che ha chiesto la luna al presidente Thohir, considerando il contraccolpo psicologico se il Titanic non avesse superato la prova del giro di ricognizione.

Tutti i tifosi e gli addetti ai lavori hanno visto dal 2012 ad ora un’inter che non è mai stata fino in fondo la solita inter. Le squadre precedenti: da Simoni Couper, alla prima Inter di Mancini passando per Mourinho fino a Benitez, avevano il comune denominatore dei grandi singoli. Si valutava il tatticismo che cambiava a seconda di chi guidava la squadra ma mai le qualità della rosa, perché l’Inter era una big che non sapeva giocare a pallone o aveva qualche battuta d’arresto. Da li in poi abbiamo assistito al ridimensionamento del monte ingaggi, un cambio di proprietà e tanti giocatori che avevano bisogno di affermarsi o che gli si prospettava un futuro almeno dignitoso. Insomma, non era l’Inter ma una medio-grande che giocava a stupire tutti. Mancini prima di chiedere giocatori ha chiesto l’Inter, la vera Inter, quella che giocava male ma otteneva il risultato, quella che soffriva ma era capace di sognare, quella che entrava in campo ed era cosciente di portare a casa i 3 punti anche se complicato.

Mancini ha chiesto al presidente di comprare quella mentalità, non tanto i giocatori. Kondogbia, Perisic, Jovetic, Ljajic, Miranda, Murillo, Melo, Telles più Montoya non sono solo nomi altisonanti ma il tentativo di far capire qualcosa non solo alla società ma anche a chi guarda l’Inter da casa, dallo stadio e dalla tribune stampa. L’obiettivo terzo posto s’è tramutato in obiettivo scudetto. Già, grandi aspettative ma anche una grande pressione che fa parte del “mondo Mancini”. Adesso chi entrerà in campo e si troverà di fronte i nerazzurri prima di poter pensare a darle dovrà capire come non prenderle.

La mentalità vincente si fonderà sull’impeto della squadra e sulla consapevolezza che all’errore di un giocatore rimedierà immediatamente un altro compagno altrettanto bravo.  Mancini ha avuto l’onestà intellettuale di spiegare che non fa lo psicologo di mestiere, dunque non può lavorare sulla mente di giocatori che non hanno nel DNA il superare ostacoli più grossi di loro. Si può discutere il modo maldestro e irriverente di calciatori che non si applicano. Si potrà discutere il 4-3-3 o il 4-2-3-1 di Mancini che non soddisfa le aspettative e magari una manovra di gioco lenta e prevedibile. Si potrà discutere tutto ma non si potrà più mettere in discussione la sostanza fisica e mentale di questa squadra. Adesso l’Inter conosce i propri mezzi con limiti e potenzialità. Mancini ha dato un messaggio forte e chiaro a tutta la serie A più che alla società.

  •   
  •  
  •  
  •